Andrea Agnelli, presidente della Juve. Sullo sfondo, Aleksander Ceferin, n. 1 Uefa
Andrea Agnelli, presidente della Juve. Sullo sfondo, Aleksander Ceferin, n. 1 Uefa
di Paolo Franci Siamo alla guerra di trincea con Juve, Real e Barcellona. Dopo il salto in avanti in stile guerriglia dei 12 secessionisti della Superlega, il fallimento del golpe e il cedimento strutturale del sodalizio, la questione si snoda ora tra le pieghe di rancori, vendette e tentativi di far chinare il capo al nemico. Il tutto mentre Neymar rinnova col Psg a 3 milioni al mese netti. Giusto per dire quanto tutto, nel pallone, faccia sempre più rima con danaro. L’Uefa, dopo il tentativo di scissione, ha giustamente preteso che le federazioni domestiche legassero indissolubilmente i singoli...

di Paolo Franci

Siamo alla guerra di trincea con Juve, Real e Barcellona. Dopo il salto in avanti in stile guerriglia dei 12 secessionisti della Superlega, il fallimento del golpe e il cedimento strutturale del sodalizio, la questione si snoda ora tra le pieghe di rancori, vendette e tentativi di far chinare il capo al nemico. Il tutto mentre Neymar rinnova col Psg a 3 milioni al mese netti. Giusto per dire quanto tutto, nel pallone, faccia sempre più rima con danaro.

L’Uefa, dopo il tentativo di scissione, ha giustamente preteso che le federazioni domestiche legassero indissolubilmente i singoli campionati – pena la mancata iscrizione – alle coppe europee. Poi, hanno preteso il mea culpa pubblico e imposto un “gesto di buona volontà“ pari a 15 milioni a quei club che hanno rinnegato apertamente – chiedendo anche scusa pubblicamente in alcuni casi – e il prossimo anno perderanno il 5% degli introiti derivanti dalle competizioni Uefa. Danaro che sarà reinvestito in iniziative benefiche o legate ai giovani.

Un patto che 9 club – Inter e Milan comprese – su 12 hanno firmato senza indugi. Restano invece con l’elmetto in testa Andra Agnelli, Florentino Perez e Joan Laporta. Juve, Real e Barcellona non ci stanno, pur rischiando l’esclusione dalle coppe nella prossima stagione (come minimo, rimbalza da Nyon) denunciano "inaccettabili pressioni, minacce ed offese" e tentano la via dei giochi d’equilibrio.

In sintesi: da una parte sostengono che il progetto Superlega non può e non deve essere abbandonato perché cercare via migliorative per il pallone è sacro obbligo di ogni club. E lo fanno – secondo loro – forti di quel provvedimento dei tribunale di Madrid che il 20 aprile intimò all’Uefa di non produrre sanzioni contro i club coinvolti, pena pesantissimi risvolti giudiziari. Cioè, se l’Uefa affonda la lama e li esclude dalle coppe rischia di andare incontro a una guerra nei tribunali senza precedenti. Florentino Perez ha già fatto intendere che questa posizione ultradominante dell’Uefa, interpretando il calcio come business, sia perlomeno valutabile dalle toghe europee in materia di antitrust sul profilo della libera concorrenza di mercato.

Dall’altra parte, i tre club irriducibili, tendono la mano all’Uefa: "Siamo pronti a riconsiderare l’approccio proposto. Tuttavia, saremmo irresponsabili qualora, consapevoli dei bisogni e della crisi sistemica del calcio che ci hanno indotti ad annunciare la Super League, abbandonassimo la missione". Il cerchio e la botte, con una conditio sine qua non: Ceferin se lo scordi, noi non chiniamo il capo e vogliamo che il progetto sia discusso ma non abbandonato. Real, Barça e Juve, poi accusano i ’traditori’ che hanno abbandonato la Superlega: "incoerenti e contraddittori", con la questione delle penali che aleggia nell’aria. E’ chiaro come i tre club siano essenziali per l’Uefa ed è sempre più forte la sensazione che il conflitto si stia spostando oltre la linea degli interessi dei club e della stessa Uefa, alimentato da sentimenti rancorosi. L’ultima cosa che serve al pallone stremato dal virus.