17 apr 2022

"Stadi e vivai, dobbiamo ricostruire tutto"

Minotti e la crisi del nostro calcio: "La differenza la fanno le strutture e il coraggio di dare spazio ai tanti talenti che abbiamo"

doriano rabotti
Sport

di Doriano Rabotti

Lorenzo Minotti, l’Italia non andrà ai mondiali ed è fuori da quasi tutte le coppe. Qual è il gap vero con gli altri paesi?

"Bisogna cambiare il sistema a monte. Quello che vediamo è il prodotto della semina di anni nella gestione del calcio, ora ci hanno presentato il conto".

Salatissimo, si direbbe.

"Io ho smesso nel 2001, ho fatto il corso per dirigente nel 2005 e già allora si parlava della necessità di gestire le società di calcio in modo sano, si diceva che servivano le infrastrutture, di valorizzare i giovani. Tutte belle parole poi puntualmente scordate perché da noi si vive solo per il risultato immediato".

Soluzioni?

"Credo che altri paesi abbiano avuto la pazienza di progettare, seminare e costruire. La Germania ha accolto e coinvolto figli di immigrati, ha sfruttato il traino dei mondiali del 2006 per costruire le strutture, questa è una cosa che mi colpisce sempre quando vado a commentare le coppe europee: vedo il livello degli stadi, poi lo paragono ai nostri e mi sembra inconcepibile che ogni anno ci sia una squadra di serie B che sale in A senza avere lo stadio pronto. E non è possibile che a tre giornate dalla fine in serie C venga esclusa una squadra che si sapeva in difficoltà da tempo".

Paradossalmente non abbiamo mai avuto tanti giovani di talento.

"Mi fa ridere quando sento dire che in Italia non ci sono i giovani bravi. Ai miei tempi io le nazionali giovanili non ottenevano risultati, tranne l’under 21. Adesso da quando con Arrigo Sacchi e Maurizio Viscidi sono stati fatti programmi pluriennali, abbiamo risultati clamorosi a tutti i livelli. I talenti ci sono, poi però il salto non arriva, perché le società preferiscono comprare un giovane straniero e avere vantaggi fiscali, perché ci si preoccupa di non retrocedere".

Non è un fallimento da poco…

"Ma il Genoa per esempio ha dato un messaggio virtuoso, stavolta: invece che comprare giocatori con stipendi alti, col rischio di ritrovarsi salvi, ma con i debiti, ha puntato su ragazzi di massimo 25 anni, con stipendi sostenibili. E se retrocederà avrà la squadra pronta. In Italia la sconfitta è un dramma perché fa crollare il castello".

È vero che oggi i giocatori pensano troppo ai social? Lei ne ha parlato ai ragazzi del liceo sportivo di Forlì, premiato dall’Unione stampa sportiva.

"Non fatevi ingannare dalle immagini che si vedono. Dietro gli Scamacca, i Raspadori, i Barella ci sono persone che hanno fatto sacrifici, hanno lasciato la famiglia presto. A 22 anni questi ragazzi sono chiamati ad un ruolo più grande di loro. Anche fare l’atleta comporta dei sacrifici".

Da commentatore Sky è sobrio come quando giocava.

"Io ho potuto trasformare la passione in professione. Facevo ragioneria, sognavo di diventare calciatore e un giorno mi sono ritrovato a Wembley, ad alzare una coppa europea da capitano del Parma. Allora mi sono accorto che non era solo un gioco".

Perché?

"Perché essere famosi comporta dei doveri. Tramite il pediatra di mio figlio sono diventato testimonial dell’Admo. I giovani a volte sono ingannati dai messaggi che ricevono, pensano che per essere persone vere servano soldi o successo, invece ci sono altri valori. Penso che un ragazzo che salva la vita a un’altra persona donando il midollo osseo si possa sentire la persona più importante del mondo".

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