Italo Cucci

è venuto in mente, guardando la nobile zebra cavalcata da Berardi e Lopez - fuor di metafora la Juve maltrattata dal Sassuolo - un termine dialettale in uso dalle mie parti: tristisia. Che tristisia, povera Signora. Poi ho pensato di nobilitare il concetto e ho trovato la parola originale - tristizia - e adeguati commendevoli autori. Come Dante, che l’usa per definire “afflizione dell’animo e spettacolo doloroso ”, e già mi sta bene; come il dire del marchignolo professor Alfredo Panzini che scrisse di “tristezza, mestizia, malinconia che scendono nell’animo” e che insegnando all’Alma Mater bolognese è stato sicuramente tradotto in tristisia. Qui mi capiscono - non ho dubbi - tutti quei tifosi la cui squadra s’attarda a metà classifica, priva di gioco e di libidine, salvo spunti di baldanza e qualità che fan peggio ancora: illudono e tradiscono.

La Juve, diciamo la verità, è proprio triste (trista è un’altra cosa, lo dicono gli avversari, tranne Dionisi che la sua vittoria la colloca già nella storia). Togli Dybala, la cui gioia è peraltro ingrigita, gli altri sono tutti abbacchiati, non si trovano (peggio, neppur si cercano) inducendo sommi critici a parlare di mediocri, se non di brocchi. Altri, sulla scia di Christiane Rochefort, riferendosi ad esempio a Chiesa, Bonucci e Chiellini, parlano del “riposo del guerriero” come se l’Europeo li avesse sfibrati a mo’ di Brigitte Bardot.

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