Paolo Franci

Forse è vero. Forse il Dio del Pallone ama solo i ’pragmatisti’ professionisti. Trap e Capello, Conte e Allegri: deve avere una gran passione per questa etnia panchinara. Di sicuro, non deve amare Luciano Spalletti, un grande allenatore al quale lo stesso Dio del Pallone si diverte a sfregiare la parete ogni volta che sta per comporre l’affresco vincente. Spalletti inseguiva trofei nella Roma praticando il bel calcio 15 anni fa e, magnifico sognatore, lo fa ancor oggi. Quanti come lui? Pochi. Certo non Sarri, bellissimo a Napoli e poi mai più. Luciano però, deve ogni volta fare i conti con la malasorte. Per mesi gliel’hanno tirata: figurati se non crolla a gennaio quando la Coppa d’Africa gli farà sfilar via Anguissa, Osimhen e Koulibaly col trolley e il biglietto aereo. E’ successo di peggio: il terribile infortunio di Osimhen che resterà fuori tre mesi, oltre al ko muscolare di Anguissa. Disse, Luciano, nel marzo 2017, appena eliminato dal Lione in Europa con la Roma-bis: "La sfortuna non può togliermi nulla". E invece no, Lucianone, maledetta sfortuna.

Maledettissima quando fu Totti ad incappare nel terribile ko a pochi mesi dal Mondiale, in quella sua magnifica Roma che più perdeva i pezzi e più macinava vittorie. E poi, all’Inter che immaginava di costruire su Jeeg Nainggolan d’acciaio poi incappato in mille infortuni. Com’è che si dice? La fortuna è cieca, ma la sfortuna ci vede benissimo e se una volta perdesse di vista Luciano, male non sarebbe.