"Non punite la protesta". Tommie Smith e John Carlos sono due nomi scolpiti nella storia delle Olimpiadi. Anzi, due pugni. Li alzarono in nome del ‘Black Power’ sul podio dei 200 a Città del Messico 1968, rispettivamente da primo e terzo, e il mondo di loro ricorda quel gesto più che l’oro e il bronzo. Cinquantatré anni dopo quella clamorosa protesta rivive in Black Lives Matter e nelle rivendicazioni di altri diritti, e il movimento olimpico si adegua allo spirito dei tempi, ma solo in parte. Così i due ex velocisti americani hanno sottoscritto una lettera di 5 pagine, insieme ad altri 150 tra atleti e attivisti dei diritti civili, per chiedere al Comitato olimpico internazionale di non sanzionare chi manifesta per i diritti o esprime alle Olimpiadi il suo pensiero su temi sociali. Non basta aver detto sì all’inginocchiamento delle calciatrici britanniche. Oggi il Cio è andato ancora più avanti: ha detto sì anche alla capitana della Germania di hockey su prato che chiedeva di vestire una fascia arcobaleno in difesa dei diritti Lgbt. Ma c’è un limite che il Cio non vuole superare, dopo aver cambiato la regola 50 che vietava ogni manifestazione politica: la nuova norma consente di farlo prima e dopo la gara, non durante la competizione o sul podio.