Simone Moro, 53 anni, bergamasco: vuole superarsi e fare il quinto 8mila invernale
Simone Moro, 53 anni, bergamasco: vuole superarsi e fare il quinto 8mila invernale
Camminavamo sopra un crepaccio e non lo sapevamo. Il coronavirus ha sbriciolato quello strato di neve che separava le nostre piccole certezze dall’oblio. E siamo precipitati. Simone Moro, unico uomo della storia a scalare quattro Ottomila metri in inverno, ha toccato più volte il cielo con un dito, ma è anche scivolato in quei pozzi di ghiaccio e buio che inghiottono gli alpinisti, spesso senza più restituirli alla luce. L’ultima volta nel gennaio 2020, sul Karakorum, Himalaya. Lui e Tamara Lunger stanno tentando la salita al Gasherbrum I attraverso un pavimento di cristalli e crepacci. Manca poco: passa prima lei, la neve regge. "Quando muovo il primo passo io, una voragine si apre sotto i miei piedi – racconta il 53enne bergamasco –. Volo per 25 metri, la corda fa da cappio al polso di lei che lentamente rischia di venire risucchiata". Mentre l’altra urla di dolore, Moro ha l’istinto di fissare un chiodo nella parete di ghiaccio e da lì riemerge. "Non ho avuto tempo di pensare alla morte". Da più di un anno, invece, conviviamo con l’incubo di una fine. Come in parete, un ruolo decisivo può giocarlo la fiducia negli altri. Ne...

Camminavamo sopra un crepaccio e non lo sapevamo. Il coronavirus ha sbriciolato quello strato di neve che separava le nostre piccole certezze dall’oblio. E siamo precipitati.

Simone Moro, unico uomo della storia a scalare quattro Ottomila metri in inverno, ha toccato più volte il cielo con un dito, ma è anche scivolato in quei pozzi di ghiaccio e buio che inghiottono gli alpinisti, spesso senza più restituirli alla luce. L’ultima volta nel gennaio 2020, sul Karakorum, Himalaya. Lui e Tamara Lunger stanno tentando la salita al Gasherbrum I attraverso un pavimento di cristalli e crepacci. Manca poco: passa prima lei, la neve regge. "Quando muovo il primo passo io, una voragine si apre sotto i miei piedi – racconta il 53enne bergamasco –. Volo per 25 metri, la corda fa da cappio al polso di lei che lentamente rischia di venire risucchiata". Mentre l’altra urla di dolore, Moro ha l’istinto di fissare un chiodo nella parete di ghiaccio e da lì riemerge. "Non ho avuto tempo di pensare alla morte".

Da più di un anno, invece, conviviamo con l’incubo di una fine. Come in parete, un ruolo decisivo può giocarlo la fiducia negli altri. Ne ‘Il team invisibile’, il suo ultimo libro presentato a Bologna alla convention annuale di Illumia, lo scalatore ha definito lui e il suo gruppo degli "smart workers ante-litteram". "Le persone del mio staff mi preparano le previsioni meteo e in base a quelle decido: magari sono a poche centinaia di metri dalla vetta, chiamo uno che è a 8mila metri da me e mi dice una cosa che influirà sulla mia scelta di proseguire o meno".

Moro, a marzo ha riprovato la scalata al Manaslu, per poi desistere perché troppo rischiosa. Ha detto: "La rinuncia ti può salvare la vita". Sembra una metafora dei nostri giorni.

"Per chi scala, la ‘summit fever’ è un’ambizione pericolosa, spesso mortale: si vuole salire nonostante le evidenze dicano di non farlo. E quando ci si accorge del pericolo, è tardi: la montagna non ti dà una seconda possibilità. Il contesto attuale è simile: vedo le persone poco inclini a fare rinunce. Per me, sportivo, è più facile: la capacità di resistere e la disciplina sono attitudini che vanno allenate".

E’ come se tutti fossimo appesi alla stessa parete, legati alla stessa corda.

"Sì, siamo tutti in cordata, nessuno si può slegare e fare ciò che vuole, dobbiamo restare uniti. Però la colpa non è solo della gente. Ci sono state negligenze macroscopiche da parte di chi ci governa. Prima fra tutte, negare la più grande forma di difesa della salute: lo sport. Il sistema immunitario lo mantieni forte con l’attività fisica: chiudere palestre e centri sportivi è stato un errore gravissimo dei nostri politici con la pancia. Io sono disciplinato se la norma ha una disciplina. Vietano di allenarsi, però la gente si vede in casa e fa le feste".

Lei è di Bergamo, la capitale del dolore.

"Ho sempre detto che è stata una ‘fortuna’ che la provincia più colpita fosse proprio la mia. Lo dico da bergamasco: siamo un popolo pudico, resistente, che lavora a testa bassa e non si piange addosso. La mia città ha saputo fare da capofila a un’inclinazione italica che nei momenti difficili ha scatti virtuosi. Ci hanno portato via i defunti con i camion dell’esercito: fosse successo da altre parti... ma il bello dell’Italia è la diversità".

Come fa a vivere in lockdown chi è abituato ad avere solo il cielo come stanza?

"Paradossalmente, io ero molto più preparato perché, essendo uno specialista di spedizioni invernali, mi è capitato anche di passare un mese dentro una tendina nell’attesa del bel tempo. La montagna ti educa alla pazienza. Trovandomi costretto in casa, mi sono allenato tutti i giorni per sei ore: non ho mai saltato una seduta. Nonostante per motivi di lavoro fossi autorizzato a uscire, ho voluto vivere in questo modo per insegnare a mio figlio che si poteva fare".

Ci tolga una curiosità: ma com’è il mondo visto da una cima himalayana?

"Si vede la linea dell’orizzonte curva. E’ una visione che solo gli astronauti hanno, una visione spaziale: ammirare la rotondità del globo ti dà un senso di piccolezza estremo. Vederla all’alba poi, con i raggi del sole che si proiettano per tre o quattrocento chilometri. Questa esperienza cambia la percezione di chi sei, dei tuoi problemi, di ciò che ritenevi potesse essere tutto il tuo mondo. La potenza della natura è incredibile".

Lei crede in Dio?

"Io sono un uomo di fede, e lassù la percezione del divino è fortissima. Ma ci sono anche momenti durissimi: succede quando perdi qualcuno. Molti danno la colpa alla montagna, ma lei non ti chiede nulla: chi provoca la morte di un uomo sono le sue decisioni".

E’ scaramantico? Segue dei rituali prima di una spedizione?

"La scaramanzia è una forma di debolezza e io ho già le mie fragilità. Ma c’è una cosa che faccio sempre prima di tentare la vetta, quando sono acclimatato ed è l’ora dell’assalto: mi lavo, perché nella religione buddista la vetta è la dimora del dio, quindi andare pulito mi sembra una forma di rispetto".

Invece dove nasce l’altra sua grande passione, quella per gli elicotteri?

"Da una spinta solidale. Nel 2009 divento pilota con l’idea di fare qualcosa di rivoluzionario per l’Himalaya, per dimostrare che fosse possibile un certo tipo di soccorsi ad alta quota. Allora c’erano due compagnie di elicotteri, ora sono 14 in Nepal: un business che ha cambiato il livello di sicurezza. A me, poi, piace tanto volare e ho una società di elicotteri in Italia: 3 mezzi in 3 basi diverse. E’ il piano B che mi permetterà di avere una vecchiaia decorosa".

Programmi a breve termine?

"Il Manaslu. Voglio tornare lì, riprovarci, mi piace chiudere i cerchi: prima o poi salirò la mia quinta cima invernale. Del resto, sono di Bergamo, ho la testa dura".