Paola Pigni ai Giochi di Monaco: nei 1.500 chiuse terza con una prova di classe
Paola Pigni ai Giochi di Monaco: nei 1.500 chiuse terza con una prova di classe
di Giuliana Lorenzo "Ma chi è questa ragazza italiana che riesce a battere le atlete dell’Est?" così si domandavano su ‘L’Équipe’ quando la milanese Paola Pigni vinceva il Cross de l’Humanité nel 1968. Paola correva già verso il futuro era una pioniera delle lunghe distanze una delle prime donne ad abbattere lo stereotipo che certe gare non fossero adatte al sesso debole. La Pigni, cresciuta con l’estro creativo dei genitori che cantavano, con il padre Renzo tenore (morto quando aveva 23 anni) e la mamma cantante, è sempre stata consapevole, merito,...

di Giuliana Lorenzo

"Ma chi è questa ragazza italiana che riesce a battere le atlete dell’Est?" così si domandavano su ‘L’Équipe’ quando la milanese Paola Pigni vinceva il Cross de l’Humanité nel 1968. Paola correva già verso il futuro era una pioniera delle lunghe distanze una delle prime donne ad abbattere lo stereotipo che certe gare non fossero adatte al sesso debole.

La Pigni, cresciuta con l’estro creativo dei genitori che cantavano, con il padre Renzo tenore (morto quando aveva 23 anni) e la mamma cantante, è sempre stata consapevole, merito, come diceva lei della sua istruzione alla scuola tedesca, che niente e nessuno potesse fermarla. A dimostrarlo le sue vittorie e i suoi record del mondo, con quella medaglia di bronzo all’Olimpiade di Monaco 1972 nei 1.500 metri che brillava come un oro, con tanto di record italiano migliorato tre volte nel giro di cinque giorni e con le avversarie (di Russia e Germania) che poi si scoprì rientrare nel "doping di Stato". Pensare che inizialmente, proprio perché per l’epoca (erano gli anni ’60) si credeva che certe gare non fossero consone ai fisici femminili, la Pigni gareggiava su tutt’altre distanze.

L’azzurra aveva iniziato a muovere i primi passi come velocista per poi diventare la prima a correre su 1.500, 3.000 e 5.000. Si allenava all’alba per le strade del capoluogo lombardo percorrendo 40 chilometri al giorno tra la nebbia. Poi andava a lavorare per aiutare la mamma e tornava alla sera ad allenarsi, rigorosamente tra gli uomini. Tra questi c’era quello che in futuro sarebbe stato suo marito, Bruno Cacchi (diventato poi commissario tecnico della Nazionale italiana di Atletica dal 1971 al 1974), scomparso nel 2019. Conosciuto al Centro Sportivo Giuriati, dove allenava con il Cus Pro Patria, l’ha seguita per tutta la carriera e dalla loro unione sono nati due figli, Claudio e Chiara quest’ultima nata proprio l’anno prima dell’Olimpiade tedesca.

In carriera ha siglato il record del Mondo nei 1.500 nella Notturna di Milano ed è stata anche due volte campionessa mondiale di corsa campestre (1973 e 1974) e si è cimentata con la maratona quando nessuna donna "osava" farlo. Partecipò infatti anche alla Maratona di Roma (la San Silvestro del Cus Roma) nel 1971 e per poco non andò sotto le tre ore. Il suo nome, grazie alla sua tenacia e alla sua resistenza, rimarrà impresso non solo nella storia ma anche sul lungo Viale delle Olimpiadi al Foro Italico, di Roma dove nel 2016 ha ricevuto la stella della Walk of Fame.

Chiuso con l’atletica aveva continuato nel mondo dello sport conseguendo la laurea in Scienze Motorie a oltre 50 anni e lavorando nella Federazione Italiana di Bocce. L’ultima corsa si è purtroppo interrotta a 75 anni, quando un infarto se l’è portata via lasciando però il suo indelebile lascito.