di Gianmarco Marchini Mettiamola così: delle nove feste scudetto di fila della Juventus, quella di ieri sera è stata forse la meno felice. Un po’ perché, dopo tanti anni, la passione cede inevitabilmente spazio all’abitudine. Un po’ perché la Roma ha fatto la parte di quello che spegne la musica in mezzo ai balli. Ma soprattutto perché l’aria che si respira nell’ambiente bianconero è intrisa di tensione. Inutile provare a mascherarla con le luci dei record o con le preoccupazioni da Champions. Certo,...

di Gianmarco Marchini

Mettiamola così: delle nove feste scudetto di fila della Juventus, quella di ieri sera è stata forse la meno felice. Un po’ perché, dopo tanti anni, la passione cede inevitabilmente spazio all’abitudine. Un po’ perché la Roma ha fatto la parte di quello che spegne la musica in mezzo ai balli. Ma soprattutto perché l’aria che si respira nell’ambiente bianconero è intrisa di tensione. Inutile provare a mascherarla con le luci dei record o con le preoccupazioni da Champions.

Certo, l’ombra del Lione è una fantasma che vola sopra i pensieri degli juventini. E certo, ieri, era la serata dei Frabotta e degli Zanimacchia (applausi peraltro). Ma il problema vero è che in casa bianconera tira un vento anomalo. Si percepisce un’inquietudine di fondo tra l’allenatore e il resto dell’ambiente. Nonostante la fiducia di rito incassata non fosse altro per lo scudetto, Maurizio Sarri in questo momento sembra un uomo lasciato solo con il suo destino.

Solo in tribuna ieri, lontano da tutti, chiuso nel suo taccuino. Nemmeno nelle parole di Paratici c’è stato ieri un chiaro riferimento ai meriti dell’allenatore peraltro da lui caldeggiato. Così come Sarri non era mai stato nominato venerdì dal presidente Andrea Agnelli nella conferenza in pompa magna per la presentazione di Pirlo all’under 23. Agnelli aveva ringraziato i dirigenti per il risultato ottenuto nonostante una grande rivoluzione tecnica. E ieri Paratici ha ricambiato la stima al suo capo. Come se Sarri fosse uno dei tanti nomi nei titoli di coda a fine film.

E’ evidente come nelle alte sfere bianconere non si respiri entusiasmo - scusate l’eufemismo - per un titolo conquistato sull’onda lunga di uno stradominio decennale e con la complicità delle avversarie (basti pensare che l’Inter di Conte ha chiuso a -1 nonostante una stagione di isterici alti e bassi). Quel che più preoccupa (irrita?) la dirigenza, Agnelli su tutti, è l’assenza di un’identità, di una squadra troppo fragile (43 gol subiti in campionato) e di un gioco che non decolla. Il tutto aggravato dagli infortuni che rendono corta la coperta per il Lione. Ieri Dybala - che cercherà di recuperare per venerdì - applaudiva con CR7 (tenuto in freezer) il gol di Higuain, illusione prima della rimonta giallorossa. Proprio al suo Pipita si aggrappa Sarri per la Champions. Se l’argentino è rimasto un anno fa, molto lo deve al suo mentore che ora si aspetta un bel aiuto.

Nota finale doverosa: col triplice fischio di ieri e qualch e lacrima, Gianluca Rocchi ha chiuso la carriera da arbitro.