Giuseppina ’Giusy’ Versace, a destra, con Bebe Vio campionessa paralimpica
Giuseppina ’Giusy’ Versace, a destra, con Bebe Vio campionessa paralimpica
di Doriano Rabotti Giusy Versace, che emozione le stanno dando le medaglie degli azzurri a Tokyo? "Devo dire la verità, mi sono anche un po’ commossa il primo giorno quando ho sentito le dichiarazioni di Carlotta Gilli e Alessia Berra, una ha detto: a Tokyo sono venuta solo a ritirare la medaglia perché l’ho costruita in questi anni. È un concetto bello perché dietro un podio c’è un grande sacrificio, da fuori non sempre si comprende". Nel caso degli atleti paralampici anche di più, forse. "Non è solo questione di pianificazione, ci sono impegno e delusione, cadute e risalite. Il livello paralimpico si è alzato moltissimo negli ultimi anni, non sono quattro disabili in carrozzina come tristemente qualcuno disse a...

di Doriano Rabotti

Giusy Versace, che emozione le stanno dando le medaglie degli azzurri a Tokyo?

"Devo dire la verità, mi sono anche un po’ commossa il primo giorno quando ho sentito le dichiarazioni di Carlotta Gilli e Alessia Berra, una ha detto: a Tokyo sono venuta solo a ritirare la medaglia perché l’ho costruita in questi anni. È un concetto bello perché dietro un podio c’è un grande sacrificio, da fuori non sempre si comprende".

Nel caso degli atleti paralampici anche di più, forse.

"Non è solo questione di pianificazione, ci sono impegno e delusione, cadute e risalite. Il livello paralimpico si è alzato moltissimo negli ultimi anni, non sono quattro disabili in carrozzina come tristemente qualcuno disse a Londra".

Sta cambiando qualcosa anche nella percezione collettiva degli sportivi disabili?

"E’ un processo iniziato a Londra 2012, quei Giochi hanno segnato la svolta. Sono state le Paralimpiadi più seguite e raccontate mediaticamente, lì il pubblico ha imparato che subito dopo le Olimpiadi c’erano le nostre gare. Io ho vinto tanto e fatto molti record, ma l’adrenalina e l’emozione di un’Olimpiade si prova solo lì, il tricolore che ti vibra nella pancia. E poi ogni volta penso a Rio".

Perché?

"Mi emoziono sempre perché a Rio con me c’erano le mie amiche Martina Caironi e Monica Contrafatto. Monica guardando le gare di Londra ha sognato di seguire l’esempio di Martina, e poi hanno condiviso il podio e io piangevo con loro. Il messaggio era chiaro: se ce l’ho fatta io, ce la puoi fare anche tu".

I premi economici però sono ancora diversi.

"È sempre stato così, ci sono budget e numeri differenti. E’ una polemica che non seguo, non sono retribuzioni. I premi italiani peraltro sono tra i più alti al mondo. E alle Paralimpiadi ci sono molte categorie diverse, servirebbe un budget molto più ampio. Le pari opportunità da ricercare sono altre".

Quali?

"Io nel mio piccolo sono felice di aver lavorato per due anni a rendere trasversale una proposta di legge per aprire le porte dei gruppi sportivi anche agli sportivi disabili. Rispetto ai premi, per me sarebbe più importante che lo stato coprisse le spese per le protesi sportive. Una gamba delle mie costa 5.000 euro: è più importante quello, riconoscere lo sport come diritto di tutti"

Colpisce quanto questi ragazzi siano consapevoli del loro ruolo di esempio.

"È cambiata la cultura, l’avvento dei social ha permesso di comunicare meglio le nostre vite e i sacrifici, raccontare la disabilità con occhi nuovi e diversi. Lo sport è uno strumento preziosissimo, educativo, la nostra società ne ha bisogno per spalancare il portone dell’inclusione".

A lei è mai pesato, il ruolo di esempio?

"A volte sì, la gente si crea aspettative e se ti senti responsabile, come me, non puoi non sentirlo. Ho festeggiato recentemente i 16 anni dal mio incidente, ogni anno il 22 agosto io ricordo tutto in modo chiaro e lucido, mi commuovo e mi meraviglio di quello che ho fatto dopo. Quindici anni fa non mi attribuivo questa forza che con lo sport ho potuto tirare fuori. Lo capisco dagli occhi dei bambini".

Che intende dire?

"Quindici anni fa quando andavo al mare e mi toglievo la gamba per svuotarla dall’acqua dopo il bagno, le mamme coprivano gli occhi dei figli per non farli guardare. Ci stavo male. Dopo un po’ ho pensato: perché mi devo vergognare di aver avuto un incidente? Si devono vergognare i ladri. Adesso quando mi stacco la gamba, sono i figli che mi riconoscono e tirano la maglia della mamma: quella lì è l’atleta, la ballerina. Loro non guardano quello che ci manca, apprezzano quello che facciamo. La chiave per l’inclusione è questa".