Leo Turrini

Dirò subito, a scanso di equivoci, che non sarà il calcio italiano a mancare a Cesare Prandelli. Al contrario, sarà Cesare Prandelli a mancare al calcio italiano.

Ho conosciuto un poco questo uomo perbene quando allenava la Nazionale ed era all’apogeo della fama. A Euro 2012 i suoi Azzurri diedero spettacolo, arrendendosi solo in finale alla Spagna iridata. Il Ct era un guru per tutti. Ma a me colpiva la gentilezza con la quale scansava gli adulatori. Era come se percepisse la vanità della gloria effimera.

Nel 2014 vincemmo assieme il premio dedicato al grande Beppe Viola. Mancava poco al mondiale in Brasile e Cesare era un profeta, un idolo, un mago. Sul palco mi disse sottovoce: ricordati, mai prendere troppo sul serio i complimenti.

Appunto. Di sicuro, dopo la delusione del 2014 (eliminati da Costa Rica e Uruguay) l’allenatore Prandelli di errori ne ha commessi. Si è perso fra Turchia, Spagna, Golfo Persico. Le cose non sono andate meglio con Genoa e Fiorentina. Ma questi sono numeri, impietosi fin che si vuole, numeri che vanno bene per chi riduce la vita ad una statistica, ad una classifica.

Beh, leggete cosa sto per scrivere: non per me. E immagino nemmeno per Prandelli. Non ho visto tante squadre giocare bene al pallone come la sua Italia o come la sua prima Fiorentina. E ho conosciuto poche persone capaci di trarre le conseguenze di un disagio, rinunciando anche a bei quattrini.

Davvero, saper vivere vale più del saper vincere non importa come.