Egan Bernal, colombiano di 24 anni: già prima delle Alpi sta facendo il vuoto
Egan Bernal, colombiano di 24 anni: già prima delle Alpi sta facendo il vuoto
di Angelo Costa Dal polverone delle strade bianche senesi escono un’altra tappa magnifica e un Giro rivoluzionato. A cambiargli i connotati è il solito noto, Egan Bernal, che in maglia rosa usa una tattica da vero campione: per difendere il primato, va all’attacco. Lo fa sugli sterrati toscani, con un metodo collaudato quanto spietato: prima rosola gli avversari con la squadra, poi finisce il lavoro mettendosi in proprio. "Devo restare con i piedi in terra, manca ancora tanto", frena gli entusiasmi il colombiano: vero, ma di questo passo ci vorrà un cecchino...

di Angelo Costa

Dal polverone delle strade bianche senesi escono un’altra tappa magnifica e un Giro rivoluzionato. A cambiargli i connotati è il solito noto, Egan Bernal, che in maglia rosa usa una tattica da vero campione: per difendere il primato, va all’attacco. Lo fa sugli sterrati toscani, con un metodo collaudato quanto spietato: prima rosola gli avversari con la squadra, poi finisce il lavoro mettendosi in proprio. "Devo restare con i piedi in terra, manca ancora tanto", frena gli entusiasmi il colombiano: vero, ma di questo passo ci vorrà un cecchino appostato su un tetto per fermarlo.

In terra restano tanti suoi rivali, seminati un po’ alla volta dalla strategia della Ineos e del suo capo. Il più illustre è Remco Evenepoel, che comincia ad arrancare già sul primo dei quattro tratti di polvere e ghiaia e affonda del tutto sul terzo, a una ventina di chilometri da Montalcino: sia l’effetto del giorno di riposo, la scarsa abitudine a frequentare il fuoristrada oppure la paura rimasta dopo il volo dal ponte al Lombardia, il bimbo prodigio va in tilt con la testa e di conseguenza con le gambe. Litigando con l’ammiraglia, strappandosi l’auricolare e cercando di tenere il ritmo del compagno Almeida, fermato un po’ in ritardo per dargli una mano, il belga incassa un paio di minuti, che già adesso trasformano il suo Giro in una salitaccia.

Dell’elenco di chi è stato travolto dal ciclone rosa, presto inaugurato da Formolo e Martin e rimpolpato da Bardet, fa parte pure Ciccone, che lo schiaffone lo prende nel finale sull’asfalto: sul passo del Lume Spento è lui a spegnersi, dopo aver digerito bene gli sterrati sotto l’ala di Nibali, ottimo sia sul passo che nel proteggere il giovane compagno. Così a tener alta la classifica dei nostri resta uno dei più esperti, Damiano Caruso, tredici grandi giri tutti portati al traguardo, uno che sa badare ai capitani ma anche a se stesso: deve farlo perché è andato a casa Landa e al momento gli riesce anche bene. Come stanno bene a Vlasov i panni di primo sfidante per la rosa: fin qui il russo non ha sbagliato nulla e sulle grandi salite può perfino fare meglio.

Guardando dall’alto una classifica stravolta, Bernal non canta vittoria: si gode il colpo, ma mostra prudenza. Di qui in avanti potrà continuare a dettar legge giocando in difesa, lasciando al trattore Moscon e al resto della sua guardia scelta il compito di brasare la concorrenza sulle salite con un’andatura infernale. "Era importante passare bene questa tappa, abbiamo corso bene e aumentato il vantaggio. Sugli strappi corti vado bene, la maglia rosa mi dà tanta fiducia, ma è ancora presto per fare bilanci", è il messaggio dell’ex vincitore del Tour prima di correre in albergo per la solita seduta di fisioterapia alla schiena capricciosa: sarà anche uno che non è guarito del tutto, ma dal polverone che ha sollevato finora non si direbbe.