Italo Cucci

Non so voi, io sento dire un gran bene del Milan e naturalmente non mi riferisco a quel che ne dicono i media sportivi e dintorni: quando si vince alla grande più o meno tutti sono disponibili all’applauso. Anche i guru dell’estetica pallonara che fino all’altro giorno facevano i cacasenno, peraltro numerosi nel paese di Bertoldo. Dico della gente - non ggente - che dai tempi dei Rizzoli a quelli di Berlusconi (ahiloro stancatisi troppo in fretta di Rivera come di Kakà) riconosceva ai rossoneri il possesso di quel tocco di classe che si traduceva nel saluto cortese alla fine di ogni partita. Vinta, pareggiata o persa.

Tanto per cominciare, un manifesto di eleganza. Per non dire di quella naturale disponibilità del club a farsi europeo soprattutto ai tempi della Coppa dei Campioni. Quella vera. Usando un vecchio slogan - non quello della Milano da bere, abusato - il Milan piace alla gente che piace. Perché i suoi dirigenti non sono invasivi, perché una società discreta (e finanziariamente attendibile) lascia il godimento pubblico del successo a Paolo Maldini perché il suo cognome fa parte della storia rossonera fino al punto di creare una dinastia tutta di campo. Perché la squadra gioca un calcio avvincente senza bisogno di essere guidata da un guru ma da un semplice maestro.

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