Agnese Pini Tra le tante storie volate in missione a Tokyo 2020 c’è anche quella di Monica Contrafatto: velocista, già bronzo a Rio, uno dei migliori tempi mondiali nei 100 metri (15”22). È categoria T63, quella degli atleti amputati sopra il ginocchio. Con lei ci sono Ambra Sabatini (primatista...

Agnese Pini

Tra le tante storie volate in missione a Tokyo 2020 c’è anche quella di Monica Contrafatto: velocista, già bronzo a Rio, uno dei migliori tempi mondiali nei 100 metri (15”22). È categoria T63, quella degli atleti amputati sopra il ginocchio. Con lei ci sono Ambra Sabatini (primatista mondiale, con 14”59) e Marta Caironi (15”01): insieme, tre atlete destinate a farci sognare.

Scelgo di raccontare la storia di Monica perché riallaccia le fila della cronaca più vicina a noi, e ci parla della crisi afghana che in questi giorni rappresenta la vera grande ombra sulle Paralimpiadi dei record (113 gli atleti italiani, mai così tanti, 61 le donne, mai così tante). Monica, dicevo: ha perso la gamba nel 2012, proprio in Afghanistan, caporal maggiore per l’esercito italiano. Sulla pelle si è tatuata: “Non sai mai quanto sei forte”. Lei, quanto è forte, lo ha scoperto attraverso lo sport nove anni fa. E tutti noi lo abbiamo scoperto in questo 2021 segnato dalla pandemia: mai come nell’estate degli Europei, di Wimbledon, delle Olimpiadi e adesso delle Paralimpiadi, il Paese ha capito quanta gioia e quanta unione e quanta voglia di ripartire regalassero la fatica, l’impegno, il coraggio, i successi dei nostri campioni. Per la prima volta, attraverso di loro, tutti noi abbiamo inevitabilmente superato i nostri limiti, quelli di un’Italia ancora prigioniera del virus. Superare i limiti: resta questo il senso e il fine più alto, più nobile, più complesso dello sport.

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