di Angelo Costa E vinsero tutti felici e contenti: Egan Bernal il Giro, Damiano Caruso l’ultima tappa di montagna, dove blinda un secondo posto che difficilmente gli potranno sfilare oggi nella crono conclusiva a Milano. Già si era meritato il podio, fra Svizzera e Lombardia stramerita di metterci sopra una ciliegiona, perché il successo se lo costruisce con coraggio, attaccando da lontano, unico a farlo in una giornata in cui avevano promesso di farlo tanti altri, a cominciare da Yates. Applausi a Bernal, degno vincitore...

di Angelo Costa

E vinsero tutti felici e contenti: Egan Bernal il Giro, Damiano Caruso l’ultima tappa di montagna, dove blinda un secondo posto che difficilmente gli potranno sfilare oggi nella crono conclusiva a Milano. Già si era meritato il podio, fra Svizzera e Lombardia stramerita di metterci sopra una ciliegiona, perché il successo se lo costruisce con coraggio, attaccando da lontano, unico a farlo in una giornata in cui avevano promesso di farlo tanti altri, a cominciare da Yates.

Applausi a Bernal, degno vincitore perché in Giro di più forti non se ne sono visti, ma è giusto alzarsi in piedi per Caruso, siciliano di Punta Secca, il borgo di Montalbano, figlio di un agente della scorta di Falcone dal quale ha imparato che essere una persona vera vale più di tutto. Con questo spirito si è costruito una carriera da ciclista rispettato oltre che da ottimo aiutante di capitani, con questa spinta a 33 anni ha saputo trasformarsi da gregario in leader, realizzando in un colpo solo tutti i sogni che portava sulla bici, il podio e una vittoria di tappa al Giro, la sesta di un italiano in questa edizione. Non è un grande risultato: è un capolavoro.

L’ultimo capolavoro di questo ragazzo siculo che pur girando il mondo tiene casa e famiglia nella sua terra è tutto nei cinquanta chilometri finali di montagna: scappa in discesa con Bardet, prende un vantaggio che sfiora il minuto e lo difende fino all’ultima salita, dove si libera dell’esausto francese per godersi da solo gli ultimi due chilometri. Ci mette tutto quel che di buono ha dentro un ciclista come lui, compresa la lealtà: quando il suo compagno Bilbao finisce di spremersi per lui, Caruso lo saluta con una pacca sulle spalle, un gesto che può fare soltanto chi conosce bene cosa significhi sacrificarsi per un altro.

"E’ una liberazione. negli ultimi duecento metri ho pensato a mille cose, alla fatica fatta in questo Giro e a quella per arrivarci, alla squadra e a me stesso. Sono l’uomo più felice del mondo. Io un campione? Mi reputo un ottimo corridore, che ha vinto poco e si è piazzato tanto, ma oggi ho vissuto la mia giornata da campione", racconta Caruso dopo aver scosso la testa incredulo sul traguardo e abbracciato il ct Cassani che lo porterà a Tokyo. E’ bravo anche a controllare l’emozione: rinuncia a salutare la famiglia in diretta tv, aspettando il momento per chiamare mamma, papà e moglie "per ringraziarli del sostegno che mi hanno sempre dato". Magari darà uno squillo anche all’amico al quale, quando capitan Landa si è ritirato, aveva confidato di non sapere se dedicarsi alle tappe o alla classifica. "Puoi fare entrambe", era stata la risposta: vincente anche quella.