Leo Turrini

Chiunque vinca stasera tra Inter e Juventus, già sappiamo chi ha perso. Il calcio italiano.

Insomma, bisognava proprio metterci il massimo dell’impegno (alla rovescia) per svilire il prodotto chiamato Supercoppa. Ci voleva davvero tanta fantasia per collocare l’evento in una fredda notte di gennaio, a metà settimana. E la galoppante pandemia diventa una aggravante: la situazione è in costante peggioramento da oltre un mese.

Ha un senso, tutto questo? Temo di no. Ed è una scusa puerile l’intasamento dei calendari: più o meno si gioca troppo pure nel resto d’Europa, ma ad esempio i mitici inglesi la loro Supercoppa la disputano all’inizio della stagione. Con una logica: è il primo atto della stagione, riservato a chi ha alzato un trofeo nella annata precedente.

Noi no, come suggerivano Raimondo Vianello e Sandra Mondaini. Noi una volta ci facciamo una gita nel caldo del Golfo Persico per raccattare petrodollari e un’altra volta ci arrendiamo al gelo di San Siro. L’improvvisazione regna sovrana. Per carità, è fuori discussione il disagio collettivo alimentato dalla tragedia del virus. Tutto lo sport, mica solo il calcio e mica solo in Italia, paga un prezzo molto alto.

Eppure, esattamente per questo servirebbe un minimo di buon senso. Ma, come diceva il Massimino del Catania, il buon senso per chi governa il nostro calcio è come l’amalgama.

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