Ezio Pascutti e Fabio Cudicini in Bologna-Roma 4-0 del 1963-’64. La foto venne scattata dal piccolo Giorgio Comaschi
Ezio Pascutti e Fabio Cudicini in Bologna-Roma 4-0 del 1963-’64. La foto venne scattata dal piccolo Giorgio Comaschi
Giorgio Comaschi Nino Comaschi, mio padre, era un fotoreporter e cronista di nera per il ‘Carlino’. Ma è stato anche uno dei primi fotografi di calcio. Vent’anni dietro alla porta del Bologna, dove un giorno del ’63 portò anche me, con la Leica, a scattare foto. A parte che una Leica gliela persi lasciandola su un tavolino di un bar e lui si incazzò come una bestia, ma lasciamo correre e andiamo avanti. Nino era amico dei giocatori. C’era solo lui, o quasi, allora dietro alla porta. Andava anche in trasferta. Alla fine di ogni campionato confezionava un album rilegato di foto delle partite del Bologna, che la società gli comprava. Me ne ha raccontate tante Nino. Di calcio e di delitti. Ma questa me la ricordo sempre. Siamo d’inverno, stadio di San Siro, un freddo canarino. Nebbia che cala come fa a Milano la nebbia....

Giorgio

Comaschi

Nino Comaschi, mio padre, era un fotoreporter e cronista di nera per il ‘Carlino’. Ma è stato anche uno dei primi fotografi di calcio. Vent’anni dietro alla porta del Bologna, dove un giorno del ’63 portò anche me, con la Leica, a scattare foto. A parte che una Leica gliela persi lasciandola su un tavolino di un bar e lui si incazzò come una bestia, ma lasciamo correre e andiamo avanti. Nino era amico dei giocatori.

C’era solo lui, o quasi, allora dietro alla porta. Andava anche in trasferta. Alla fine di ogni campionato confezionava un album rilegato di foto delle partite del Bologna, che la società gli comprava. Me ne ha raccontate tante Nino. Di calcio e di delitti. Ma questa me la ricordo sempre.

Siamo d’inverno, stadio di San Siro, un freddo canarino. Nebbia che cala come fa a Milano la nebbia. Cioè in due secondi, da lasciarti di stucco come in un "bicchiere di acqua e anice", come dice Paolo Conte. Giocano Milan e Bologna. In porta del Bologna c’è un certo Anselmo Giorcelli, di Fontanetto Po, già portiere anche di un’Alessandria importante che navigava fra A e B e nella quale di lì a poco sarebbe spuntato un ragazzino che si chiamava Gianni Rivera. La partita va e viene nella nebbia. Poi a un certo punto non si vede più niente. Nino è dietro alla porta di Giorcelli. Pian piano il muro bianco rende possibile la vista sì e no fino al limite dell’area di rigore. Siamo a metà del secondo tempo. Il pubblico urla e tifa. Si sentono grida ovattate. Giorcelli salta sul posto e fa due o tre corsettine per tenersi caldo perché si gela. Nino ha un freddo cane seduto sul suo scrannino, ma è abituato e le sue mitiche calosce nere, infilate sopra alle scarpe, un po’ attenuano l’ibernazione delle estremità. Giorcelli si gira verso Nino e lo saluta. Intanto in area non si vede nessuno. Il pubblico continua a mandare piccoli boati. Giorcelli si avvicina al palo e rivolto a Nino fa: "Staremo attaccando, non si vede un’ostia". Nino abbozza un: "Ohi". Passano i minuti. Dal muro di nebbia non spunta nessuno. Si intravvede solo l’alone, vaghissimo, dei fari di San Siro accesi anche se sono le quattro di pomeriggio. Giorcelli torna vicino al palo: "Oh Nino, qua non si vede un anima viva. Ma si sente la gente, si vede che sono tutti di là". Nino annuisce, si alza in piedi e dice: "Provo ad andare a vedere Anselmo, dai". Prende lo scrannino in mano e muove le calosce lungo la linea laterale fino alla bandierina del corner. E si avventura lungo la linea che segue il campo verso centro. La visibilità è scesa ancora. Continua a camminare. Ecco la linea di metà campo. Si sente sempre il vociare del pubblico. Nino prova ad entrare in campo, timidamente. Non vede nessuno, piano piano, caloscia dopo caloscia. Niente. Arriva in diagonale quasi all’area di rigore opposta, ne scorge la bianca mezzaluna di gesso. Nessuno.

A quel punto capisce. Forse si mette a ridere. Forse gli lacrimano gli occhi per quello e per il freddo. Torna indietro, questa volta in mezzo al campo. Ecco la sagoma di Giorcelli che compare nel nebbione, vigile sentinella. "Allora Nino?". "Guarda che non c’è più nessuno, hanno sospeso la partita, sono già tutti a far la doccia, dai corri". Giorcelli non si fida. "Scherzi Nino?". Non vuole abbandonare la porta. "Dai, muoviti Anselmo, sono andati via", fa Nino. Giorcelli tentenna: "Ma si sente la gente che urla", dice il portiere, "quindi giocano". "Macché – ribatte Nino – ci sarà ancora un po’ di pubblico sugli spalti, accendono dei fuochi, ma la partita non c’è più".

Ci mette un po’ Nino a convincere Giorcelli, che resta fisso su un pensiero: metti che lui vada via e dalla nebbia spuntino improvvisamente quelli del Milan in contropiede ed entrino con la palla nella porta vuota. Ma che figura ci farebbe? "Oh Nino! Ma se arrivano?". E Nino con una risata: "Dai, al limite dici che eri andato a pisciare". Giorcelli si convince e abbandona la nave. Nello stanzone degli spogliatoi, poco dopo, i giocatori del Bologna erano già là che si asciugavano con i phon quando spuntò il fantasma di Giorcelli. "E te? Da dove salti fuori?". Lui non li mandò a quel paese. Perché era un portiere molto elegante.