La caduta di Valentino Rossi nel Gp di Barcellona (Ansa/Sky)
La caduta di Valentino Rossi nel Gp di Barcellona (Ansa/Sky)

Pesaro, 2 luglio 2019 - Valentino Rossi come l’ultimo Highlander. O come Dorian Gray, che resta eternamente giovane mentre il suo ritratto invecchia in soffitta. Il mito dell’eterna giovinezza, che cinema e letteratura hanno raccontato, è un’antica aspirazione dell’uomo. Ciascuno di noi, per qualche istante della sua vita, si è sentito immortale come McLeod, lo scozzese della highland interpretato nel film da Christopher Lambert. O pronto a scendere a patti col diavolo per non invecchiare. Nel mondo dorato dello sport questa identificazione è ancor più facile. L’idolo delle folle vive in un microcosmo disegnato su misura per lui. Un piccolo universo fatto di gare, avversari, allenamenti, riflettori, interviste. Gesti e situazioni ripetitive e altamente gratificanti. Specie se i sacrifici fanno rima con vittoria.

Valentino Rossi è rimasto prigioniero di questa dolce giungla, di questa gabbia dorata. Oggi ha 40 anni ma il fisico è lo stesso fascio di nervi di quando ne aveva 15, il volto ha il solito ghigno impertinente sotto il berrettino, le interviste sono nell’inconfondibile slang romagnol-pesarese ereditato dalla sua Tavullia. Guida con la foga assassina dei giorni ruggenti ma negli ultimi tre gran premi (Mugello, Barcellona e Assen) è regolarmente finito sull’asfalto. Forse il mito è finito, forse è il momento di non sentirsi più eterno e di chiudere in gloria una carriera fantastica. Il grande Agostini, re della moto anni 70 e primatista di titoli mondiali, decise di smettere nel giro di una settimana. Non riusciva più ad arrivare primo, pianse per tre giorni e attaccò la moto al chiodo. Valentino è di altra pasta e figlio di tempi nuovi, popolati di campioni che sfidano l’anagrafe. E forse proprio per questo si sente ancora Peter Pan.

Quanto sia difficile lasciare lo sport e il ruolo gratificante di idolo delle folle lo raccontano mille esempi.

Totti è ancora lì che ulula la sua rabbia alla Roma, che lo ha pensionato a 40 anni, Buffon che di anni ne ha 41, prepara una nuova stagione nella Juventus dopo la parentesi al Psg. E trova la benedizione del mito Zoff. Quel SuperDino che divenne campione del mondo a 40 anni nel 1982. Due anni prima i gol da quaranta metri dei bombardieri olandesi avevano fatto dubitare della sua vista. Ma il portierone rispose innalzando la Coppa del mondo. Nel tennis il quasi trentottenne Federer è ancora il re dei re, anche se nel ranking è al terzo posto. Sceglie con cura i tornei, fa pause ragionate in mezzo alla stagione e ora spera di vincere ancora a Wimbledon. Forse non arriverà ai 44 anni di Jimbo Connors ma può ancora nutrire il proprio mito. Quello che accadde a George Foreman, gigante e predicatore sconfitto nettamente da Muhammad Ali e poi capace di riprendersi il mondiale dei massimi a 45 anni e 299 giorni di età.

Nel suo disperato tentativo di fermare le leggi del tempo Valentino non è solo. Perfino il suo grande nemico Max Biaggi ha voluto sfidare l’anagrafe vincendo a 41 anni un titolo mondiale di superbike. Ecco perché la rincorsa dell’immortale Dottor Rossi al suo decimo alloro iridato non sembra finire qui. C’è ancora dentro la sua anima bambina quel senso di sfida all’irrazionale che ne ha fatto un pilota inimitabile. É un naif vero, com’era il Tomba dei vent’anni. Il grande Alberto seppe ritirarsi da trionfatore sul gradino più alto del podio. Vale ha nascosto il suo specchio in soffitta e vuole giocare al mondo la sua ultima burla irridente, prima di consegnarsi al ricordo e alla leggenda. Ma l’autunno è comunque alle porte.