Per noi italiani, è un po’ come quando si sciolsero i Beatles. O come quando Muhammad Ali perse l’ultimo combattimento da pugile, afferrò un microfono e disse: purtroppo il tempo mi ha raggiunto. Il tempo, già. Scandito dei cronometri, per decenni è stato il migliore alleato di Valentino Rossi. E noi, intere generazioni, ci eravamo abituati a specchiarci nel talento vagamente narcisistico di un personaggio che ha saputo incarnare, forse e meglio di chiunque altro, lo spirito di un’epoca durata oltre un quarto di secolo. Infatti, faremmo un torto all’ex ragazzo di Tavullia se lo considerassimo soltanto un...

Per noi italiani, è un po’ come quando si sciolsero i Beatles. O come quando Muhammad Ali perse l’ultimo combattimento da pugile, afferrò un microfono e disse: purtroppo il tempo mi ha raggiunto. Il tempo, già.

Scandito dei cronometri, per decenni è stato il migliore alleato di Valentino Rossi.

E noi, intere generazioni, ci eravamo abituati a specchiarci nel talento vagamente narcisistico di un personaggio che ha saputo incarnare, forse e meglio di chiunque altro, lo spirito di un’epoca durata oltre un quarto di secolo.

Infatti, faremmo un torto all’ex ragazzo di Tavullia se lo considerassimo soltanto un asso della due ruote, un eroe della velocità, un campione più forte del brivido, un figlio sanissimo della terra dei motori.

Beninteso, Valentino è stato anche tutto questo, come racconta il suo curriculum, come dimostra l’elenco infinito di titoli mondiali, nove, e di vittorie. Ma non è stato soltanto questo.

Era un remoto 1996, quando un impertinente figlio d’arte si affacciò sui circuiti del Motomondiale. Già quel riferimento cronologico, 1996, aiuta a comprendere la dimensione quasi surreale dell’artista nascosto sotto il casco da pilota. È passata una vita.

Il Papa era polacco, Bill Clinton si spupazzava la sua Monica alla Casa Bianca, pochissimi usavano Internet, l’Alitalia perdeva già un sacco di soldi e qualcuno immaginava di costruire un ponte sullo Stretto di Messina.

Valentino Rossi festeggia una vittoria nella Classe 125 a Donington Park (1997)

È incredibile, ma è tutto vero. Valentino c’era già, aveva iniziato le sue cavalcate rombanti sull’asfalto.

Eppure, anche questo è riduttivo, perché non è semplicemente la longevità del campionissimo a caratterizzarne il lascito, a definirne l’eredità, a firmarne il repertorio consegnato alla nostra memoria.

No, c’è di più. Il signor Rossi, non so quanto consapevolmente, è stato l’ultimo idolo capace di unificare una nazione. So che è un’affermazione del genere rischia di suonare eccessiva, ma è figlia di un sentimento collettivo.

Come pochissimi altri prima di lui (penso a Coppi e a Bartali per gli antenati, a Tomba lo sciatore, un po’ anche a Federica Pellegrini in tempi più recenti), Valentino ha catturato la fantasia del Paese.

Siamo stati come ipnotizzati dalle sue piroette in sella alla moto, fosse una Honda o una Yamaha. Ci siamo identificati nei suoi sorpassi, ci siamo riconosciuti nella sua allegria talvolta smargiassa, abbiamo coltivato l’insana convinzione che non sarebbe invecchiato mai, come un Peter Pan sull’Isola che non c’è.

Ho conosciuto nonne che la domenica pomeriggio quasi trascuravano i nipotini, pur di non perdersi la gara raccontata dalla voce impetuosa del mio amico Guido Meda.

E quei nipotini, oggi, hanno già preso una laurea, sono diventati grandi continuando a tifare per Valentino.

Tutto ciò è grandioso. Tutto ciò non è replicabile, almeno non più in questo nostro presente, così frammentato, così spezzettato, così inesorabilmente proteso verso la separazione degli interessi e delle passioni.

Oggi, agosto 2021, Valentino Rossi è stato raggiunto dal tempo. E non a caso, ci sentiamo tutti un po’ più vecchi e un po’ più soli.