di Gianmarco Marchini Le parole, come i palloni, Andrea Pirlo le ha sempre trattate con estrema cura: essenziali, sempre ben calibrate, spesso e volentieri a bersaglio. Quando, persino dopo il pari con il Verona e le previsioni che davano un probabilissimo meno dieci, lui continuava a credere nello scudetto e lo diceva apertamente davanti alle telecamere, lo faceva per una sola ragione: credeva veramente nella rimonta impossibile. Figuriamoci se non coltivi ora questa speranza, dopo il 3-1 sulla Lazio e una classifica che per un giorno abbondante segnala il meno sette da Antonio Conte. Era la prima delle due...

di Gianmarco Marchini

Le parole, come i palloni, Andrea Pirlo le ha sempre trattate con estrema cura: essenziali, sempre ben calibrate, spesso e volentieri a bersaglio. Quando, persino dopo il pari con il Verona e le previsioni che davano un probabilissimo meno dieci, lui continuava a credere nello scudetto e lo diceva apertamente davanti alle telecamere, lo faceva per una sola ragione: credeva veramente nella rimonta impossibile. Figuriamoci se non coltivi ora questa speranza, dopo il 3-1 sulla Lazio e una classifica che per un giorno abbondante segnala il meno sette da Antonio Conte. Era la prima delle due serate decisive, quella di ieri, e la Juventus non l’ha sbagliata. Nonostante le premesse difficili tra infortuni e critiche, e nonostante l’avvio scatenato dei biancocelesti che avrebbe messo in ginocchio molte squadre. La Juve è rimasta in piedi e ora può guardare all’immediato futuro con tutt’altri occhi.

L’alta pressione, che ieri sera stazionava forte sopra Torino, ora si sposta a ovest: a Verona dove oggi il Milan dovrà scrollarsi di dosso il respiro dei bianconeri (a -1), ma soprattutto a Milano, dove domani sera l’Inter capolista doveva già fare i conti con la visita non gradita della scatenata Atalanta di Gasperini. Everything is possible ancora: che è poi uno dei motti di Ronaldo, il signore dei record ieri tenuto a riposo per settanta minuti. Sembrava una resa scudetto, la panchina di Sua Maestà Cristiano. Con la sagoma del Porto all’orizzonte, la scelta di tenere fuori il miglior giocatore sapeva tanto di scelta definitiva: tra campionato e Champions, all-in sulla seconda, tanto in Italia il treno è già passato. Non per Pirlo, però, che ha creduto in quelli che aveva, pochini, al netto di infortuni e Covid. Ha ridisegnato il suo 4-4-2 in un 4-3-3, con Alex Sandro centrale, Bernardeschi terzino sinistro e Danilo alzato nei tre di centrocampo. Ma questo qui è matto: sì, l’abbiamo pensato in tanti, specie dopo quei primi venti-venticinque minuti da panico, in cui i biancocelesti sbucavano da ogni parte, trovando la rete dopo appena quattordici minuti con Correa.

Poteva crollare la Juve, non l’ha fatto. Rialzata anche da uno splendido gol di Rabiot, questo francesino indolente che, quando ha voglia, tira fuori delle cose chic dal cilindro. Un gol che nasce da una trama perfetta, impostata da dietro, in quella che molti amano chiamare costruzione dal basso: giro palla Demiral-Alex Sandro-Bernardeschi che verticalizza per Morata, sponda per Rabiot e gol. Da lì, è iniziata un’altra partita, dominata dai bianconeri, mentre Cristiano in panchina si gustava lo spettacolo di Chiesa e Morata, i grandi protagonisti di ieri. L’azzurro è ormai un trascinatore, lo spagnolo - due gol e un assist - è tornato a essere determinante come nei primi mesi della stagione. E la Juve torna a far paura, perché ha una gara da recuperare e può prescindere persino da CR7. L’Inter senza Lukaku provate a immaginarla soltanto. Il Milan senza Ibra lo avete già visto. Il Porto ha visto la Juve senza CR7. E proprio per questo non dormirà sonni tranquilli sul cuscino del 2-1.