Roma, 13 giugno 2018- Sì, c'è ancora chi fa spallucce. Magari solo per farsi coraggio nell’affrontare la più Grande Tragedia dell’Italia calcistica: inizia il Mondiale 2018 e noi siamo a casa. E la butta lì tra il filosofico e il bancone da bar: «Dai, in fondo è solo un pallone che rotola». Il luogocomunista professionista avrebbe ragione da vendere se, dal punto di vista economico, il Paese non gli rotolasse dietro. Avete idea di quanto possa valere la partecipazione a un Mondiale con passaggio del girone e considerando tutti gli aspetti possibili? Dieci miliardi di euro, secondo una stima di Moody’s. C’è chi stima fino a un punto di Pil. 

Mondiali 2018, calendario completo. Orari tv delle partite

E sapete quanto può valere un successo Mondiale - ok, noi non avremmo vinto la Coppa, ma dicevamo così anche nel ’82 e nel 2006 no? – per le casse di un Paese: fino a 18 miliardi. Altro che pallone che rotola e basta. Perché facciamo fatica ad ammetterlo a noi stessi: c’è il Mondiale e noi non ci siamo. Non accenderemo la tv. Non compreremo magliette azzurre, né trombette, né tantomeno bandiere. Non ci incontereremo nelle piazze e non abbracceremo urlando come pazzi gente mai vista prima. Provate a farvi un giro in città. Ricordate le vetrine dei negozi a tutto tricolore? Le file interminabili per comprare quella tv nuova e grossa come il pianale di un camion che «tanto adesso c’è l’offerta e la pago in 98 rate...»? E le pizzerie che non trovi un posto neanche prenotando a marzo? Nulla, non c’è più nulla. Solo Brasile, Argentina, Francia o Germania.

Eppoi c’è il Paese che rotola non solo per la Penisola che non c’è, ma anche per la voragine finanziaria. SI sa, le sfide mondiali sono una catapulta per il Pil e se poi alzi la coppa, gli effetti sono da fiaba. Nel 1982 l’Italia di Bearzot vince in Spagna e il Pil schizza dallo 0,7% all’1,4%. Nel 2007, anno successivo al trionfo azzurro a Berlino, la crescita del Pil è addirittura dell’1,5%. Impensabile, senza l’aiuto di un pallone che rotola. La mancata qualificazione dell’Italia ci è costata 10 miliardi tra diritti tv, pubblicità (circa 4 miliardi) e mancati consumi ad ampio raggio, fino all’offuscamento del Made in Italy all’estero. Secondo analisti del settore che monitorano l’esportazione del brand tricolore top level – auto e moto di lusso, arte, cultura, cibi, vino e griffe di moda – l’effetto Mondiale può valere fino a 2-3 miliardi di euro di mancati introiti. Poi, altri 3 miliardi sono da mettere in conto per il consumo interno: dai ristoranti, al settore media, al business delle scommesse per il quale i bookmaker italiani prevedono un calo del 20-25%, fino alla vendita dei televisori, che le grandi catene di video entertainment quantificano tra il 10 e il 20% in meno.

E c'è il cosiddetto ‘impatto invisibile’, come spiega Dino Ruta, professore di Sport management alla Bocconi e alla Columbia University: «Il Mondiale genera enormi risorse anche per i club, accende l’entusiasmo e muove danaro, anche attraverso la vetrina del calciomercato. Un esempio: ricordate Pellè all’Europeo? Sbagliò un rigore eppure firmò un contratto importante in Cina. Un altro impatto invisibile è legato ai bambini: non vedendo i loro idoli azzurri in tv, non hanno spinta emulativa nella pratica sportiva». Secondo Marco Bellinazzo de Il Sole24Ore, esperto di sport business e autore del libro La fine del calcio italiano presentato ieri: «Da almeno trent’anni la storia d’Italia e il declino del nostro calcio procedono a braccetto». Il Paese e il Pallone, gemelli siamesi, costretti l’uno al destino dell’altro. Il pallone però, qualche gioia ce l’ha regalata. E l’importante era stare insieme e tifare, emozionarsi all’inno di Mameli e cantarlo assieme ai giocatori. E invece, no, inizia il Mondiale e noi che l’abbiamo vinto quattro volte, non ci saremo. Niente maglia azzurra e bandierone sul terrazzo. E non riusciamo ancora a capire perché. 

Helga Lovekaty e Bruna Marquezine