«LA VERA fregatura della morte è che non puoi più vedere Mondiali e Olimpiadi». Rubo la frase a un mio appassionato direttore perchè riassume, nel suo sarcasmo, la valenza dei grandi eventi sportivi: si legano a doppio filo con le vicende umane di ciascuno di noi e rinnovano il piacere del ricordo, come le indimenticabili colonne sonore di Morricone. Il 21° mondiale nella storia del calcio non sfugge alla regola anche se l’Italia, dopo 62 anni, non sarà nel lotto delle finaliste. Peccato doppio perché per la prima volta tutte le 64 partite del Mundial verranno trasmesse in chiaro da Mediaset, rinnovando la popolarità del calcio fra le generazioni più giovani.

E COSÌ CI ACCOSTIAMO a Russia 2018 senza la passione azzurra, senza i batticuore di Messico 70, Spagna ’82, Italia 90, Usa ’94 e di Berlino 2006, ma anche senza rischiare le figure barbine delle ultime due apparizioni, targate Lippi (Sudafrica 2010) e Prandelli (Brasile 2014). Il palcoscenico tocca alla altre storiche grandi del pallone, a cominciare dal Brasile pentacampeon e dalla Germania di Loew (4 titoli, l’ultimo proprio in Brasile). Sono loro le favorite naturali di un Mondiale che cova nel suo seno potenziali sorprese e una scala di valori che non può ridursi solo al ranking Fifa. Secondo gli incroci del calendario e la logica del pronostico, ai quarti potrebbero presentarsi: Portogallo, Spagna, Francia, Argentina, Brasile, Germania, Inghilterra e Belgio. Difficile che il vincitore non esca da questa ristretta aristocrazia del pallone. Fra gli altri contendenti solo l’Uruguay di Cavani e Suarez sembra in grado di scardinare questa gerarchia, mentre molta attesa circonda le africane, Nigeria e Senegal, accreditate di una straripante vitalità, e l’Islanda, la squadra-simpatia dell’ultimo Europeo.

NONOSTANTE la solidità della Germania (sul podio nelle ultime quattro edizioni) e la continuità tecnica assicurata da Loew, credo che il Brasile di oggi abbia un potenziale superiore. Non mi riferisco tanto al valore dell’attacco con la stella miliardaria Neymar, lo juventino Douglas Costa e Firmino, quanto alla solidità della difesa e alla foga dei predatori di centrocampo, Fernandinho e Casemiro, due assi che uniscono alta qualità e sostanza. La vendetta del 7-1 subito dai tedeschi a Belo Horizonte, l’infausto Mineirazo, potrebbe essere consumata fredda. Molto quotate anche la Spagna di Lopetegui, che prova a rilanciarsi dopo l’ingloriosa eliminazione del 2014 grazie al vecchio Iniesta e al fantastico Isco e la Francia di Deschamps, leziosa e innamorata di se stessa ma con un attacco scoppiettante (Mbappè-Griezmann-Dembelè). Con il Portogallo campione d’Europa in netto calo di rendimento nonostante Cristiano Ronaldo, mi aspetto sorprese da Argentina e Belgio. Farcite di campioni maturi che non hanno mai vinto nulla in nazionale, (vero Messi?) hanno le motivazioni giuste per tentare l’impresa.