Nicolò Melli, 30 anni, con la madre Julie Vollertsen, nazionale di pallavolo degli Stati Uniti dal 1977 al 1984, anno in cui colse l’argento olimpico a Los Angeles
Nicolò Melli, 30 anni, con la madre Julie Vollertsen, nazionale di pallavolo degli Stati Uniti dal 1977 al 1984, anno in cui colse l’argento olimpico a Los Angeles
di Angelo Costa Ai Giochi quasi quarant’anni dopo la mamma. E’ la parabola di Nicolò Melli, capitano di un’Italia giovane e senza paura che contro ogni previsione ha sbriciolato un tabù, riportando il nostro basket alle Olimpiadi dopo 17 anni. Fin da bambino il cestista reggiano sognava e raccontava che un giorno gli sarebbe piaciuto imitare la campionessa di casa, sua madre Julie Vollertsen, protagonista a Los Angeles nel 1984, dove conquistò l’argento nel volley con la nazionale Usa: se quel giorno è arrivato è anche grazie allo spirito che l’azzurro ha saputo portare...

di Angelo Costa

Ai Giochi quasi quarant’anni dopo la mamma. E’ la parabola di Nicolò Melli, capitano di un’Italia giovane e senza paura che contro ogni previsione ha sbriciolato un tabù, riportando il nostro basket alle Olimpiadi dopo 17 anni. Fin da bambino il cestista reggiano sognava e raccontava che un giorno gli sarebbe piaciuto imitare la campionessa di casa, sua madre Julie Vollertsen, protagonista a Los Angeles nel 1984, dove conquistò l’argento nel volley con la nazionale Usa: se quel giorno è arrivato è anche grazie allo spirito che l’azzurro ha saputo portare in un gruppo dove la squadra viene prima dei singoli, come da troppi anni non accadeva.

"Mi sembra pazzesco aver realizzato un sogno così, a pensarci provo un misto fra commozione e pelle d’oca. Con mamma ci siamo sentiti dopo la partita con la Serbia: è incredibile, non sono tante le famiglie dove si è vissuto un momento del genere, nel nostro caso ancora più speciale perché in due sport diversi per due Paesi diversi", racconta Melli, trent’anni, reduce da due stagioni Nba a New Orleans e Dallas dopo aver vinto tre titoli in giro per l’Europa fra Milano, Germania e Turchia. Per lui è anche una rivincita: era già un cardine della Nazionale cinque anni fa, quando l’Italia del ct Messina fu eliminata dalla Croazia al preolimpico di Torino. "Penso ai Giochi da sempre: sono il massimo, sarà così anche stavolta in era Covid. Mamma non mi ha raccontato tanto delle sue Olimpiadi, non parla molto dei suoi successi: credo di aver visto la sua medaglia d’argento una sola volta…", aggiunge Melli, che dell’impresa di sua madre parlò qualche anno fa in un’occasione particolare: appena 15enne, in un raduno di giovani promesse a Milano, si rivolse al mitico Michael Jordan chiedendogli se ricordasse di aver incrociato mamma Julie ai Giochi dell’84.

"Era impossibile, ma da gran signore mi rispose sì e subito dopo si girò a salutarla, un gesto che mi spedì al settimo cielo", rammenta il lungo reggiano.

A forza di evocarli, i Giochi sono arrivati: se in casa Melli c’è una dinastia olimpica adesso è merito di un campione dalla leadership silenziosa, intorno al quale è lievitata una Nazionale che in pochi pensavano potesse andare a vincere in Serbia. "Il segreto? Faccia tosta, voglia di divertirsi e godersi ogni momento. E’ un bel gruppo, genuino, che sta bene insieme, in campo e fuori: l’avrei detto anche in caso di ko, così è più bello", rivela Melli, che da capitano debuttante ovviamente non si riconosce meriti, secondo consolidato stile della casa. "E’ la prima volta che mi capita, sono stato scelto perché ho più presenze: nessuna ricetta, ci conosciamo tutti da anni", chiude il discorso il lungo reggiano. Lasciando aperto quello sui Giochi, dove l’Italia si presenterà da mina vagante: "Quante chances abbiamo? C’è sempre una chance per far bene. Così come c’era una chance di qualificarsi". Presa al volo.