Mauro Bellugi è l’anello di congiunzione tra due epoche del calcio italiano. Lo scrivo per i più giovani: la grande bellezza dello sport è figlia anche di personaggi che hanno saputo scavallare le generazioni. Leggere delle sue sofferenze conseguenza del Covid alimenta un dispiacere che si somma alle tante ansie di un Natale davvero triste. Mauro Bellugi morto: il Covid, le gambe amputate e la voglia di non mollare mai LA CARRIERA. Difensore ruvido ma non estraneo ad una visione piu moderna del pallone, Mauro ha giocato con i già maturi Burgnich e Facchetti, in precedenza testimonial dell’Inter di Herrera il...

Mauro Bellugi è l’anello di congiunzione tra due epoche del calcio italiano. Lo scrivo per i più giovani: la grande bellezza dello sport è figlia anche di personaggi che hanno saputo scavallare le generazioni. Leggere delle sue sofferenze conseguenza del Covid alimenta un dispiacere che si somma alle tante ansie di un Natale davvero triste.

Mauro Bellugi morto: il Covid, le gambe amputate e la voglia di non mollare mai

LA CARRIERA. Difensore ruvido ma non estraneo ad una visione piu moderna del pallone, Mauro ha giocato con i già maturi Burgnich e Facchetti, in precedenza testimonial dell’Inter di Herrera il Mago, una squadra che sulla interpretazione raffinata del catenaccio costruì la sua leggenda.

Ma ha giocato, Bellugi, anche con Scirea e Cabrini, simboli di una Nazionale che con Bearzot si apriva ad una partecipazione più creativa agli eventi della partita. Al Mundial argentino del 1978, quello per capirci che lanciò Pablito Rossi, il difensore toscano era lo stopper (ruolo che ovviamente esiste ancora, sebbene oggi prevalga l’etichetta di difensore centrale) titolare. E lo era, attenzione!, pur vestendo la maglia del Bologna, club glorioso che però era uscito dai radar dei Vip. In breve: per aggiungere nel 1978 la maglia azzurra a quella rossoblu, insomma, bisognava essere bravi davvero.

Il GOL. Ma c’è un episodio che rende speciale la storia agonistica di Mauro. Un dettaglio che sfida le leggi della statistica. L’eccezione che conferma la regola, ecco.

227 sono state le presenze di Bellugi in serie A, indossando anche le casacche di Napoli e Pistoiese. Più 32 in Nazionale. Il totale fa 259.

Reti segnate: zero spaccato. Oddio, per un difensore buttarla dentro non rientra tra i requisiti richiesti, ma uno zero è sempre uno zero. Solo che.

Solo che. Cosa sarebbe il calcio senza la magia dell’imprevisto, senza il lampo della follia, senza il boato fragoroso della sorpresa incredibile? Niente, sarebbe. Ed è questo che gli strateghi da computer ostinatamente si rifiutano di comprendere.

3 novembre 1971. Ottavi di finale di Coppa dei Campioni (allora si chiamava così e comunque la Juve non la vinceva lo stesso). L’Inter riceve a San Siro il Borussia Moenchengladbach. È la partita di andata, perché la UEFA ha annullato il rovinoso 7-1 subito dai nerazzurri in Germania causa lattina finita sulla zucca di Boninsegna.

Il Borussia è fortissimo. Schiera Netzer, Vogts, Heynckes, Bonhof. Gente che sta cambiando e cambierà la storia del calcio europeo e mondiale, insieme ai connazionali del Bayern Monaco.

Do you believe in miracles?, credete nei miracoli?, chiese il telecronista della tv Usa quando nel 1980 a Lake Placid i ragazzi americani dell’hockey su ghiaccio batterono alla Olimpiade i favoritissimi giganti sovietici.

Nel miracolo sotto le luci a San Siro si convinsero a credere migliaia e migliaia di interisti: perché quella notte Bellugi, zero reti in carriera prima, zero reti in carriera dopo, osò tirare in porta. E fece il gol dell’importantissimo 1-0 (l’Inter vinse 4-2 e poi passò il turno).

Forza Mauro, che qui ci vuole un’altra impresa.