di Paolo Grilli E’ stato solo un passaggio di testimone mancato. Trionfa Novak Djokovic in un tripudio di record, oh yes: sesto Wimbledon in bacheca (e terzo di fila), 20esimo Slam come Federer e Nadal, il terzo Major di fila in una stagione come nessuno negli ultimi 52 anni. Però il cuore del Centrale dell’All England Club l’ha conquistato Matteo Berrettini, per quasi tre ore e mezzo sul filo di un’impresa ritenuta dai più non solo impossibile, ma persino immaginabile prima che prendesse il via la 134esima edizione del torneo più importante del mondo. Gli inglesi, senza nemmeno pensare a quello che sarebbe successo poi a Wembley in serata, hanno subito preso le parti del gigante romano: perché “Nole“ da queste parti non è mai stato ritenuto troppo amabile, ma soprattutto per i lampi di tennis d’altissima quota offerti da Matteo. Che dopo un avvio contratto, condiviso...

di Paolo Grilli

E’ stato solo un passaggio di testimone mancato. Trionfa Novak Djokovic in un tripudio di record, oh yes: sesto Wimbledon in bacheca (e terzo di fila), 20esimo Slam come Federer e Nadal, il terzo Major di fila in una stagione come nessuno negli ultimi 52 anni. Però il cuore del Centrale dell’All England Club l’ha conquistato Matteo Berrettini, per quasi tre ore e mezzo sul filo di un’impresa ritenuta dai più non solo impossibile, ma persino immaginabile prima che prendesse il via la 134esima edizione del torneo più importante del mondo.

Gli inglesi, senza nemmeno pensare a quello che sarebbe successo poi a Wembley in serata, hanno subito preso le parti del gigante romano: perché “Nole“ da queste parti non è mai stato ritenuto troppo amabile, ma soprattutto per i lampi di tennis d’altissima quota offerti da Matteo. Che dopo un avvio contratto, condiviso stranamente anche dal campionissimo serbo, ha preso il volo ritrovando il suo servizio e il suo dritto. Eravamo sul 5-2 per Djokovic, tutto si è riaperto con il controbreak del capitolino che poi, ritrovatosi al tie-break, ha dato altro gas portando a casa un set insperato solo per chi non lo conosce a fondo. Il secondo set scivola invece subito via dalle manone di Matteo, che subisce due break e che troppo tardi ne mette a segno uno. E’ in questo parziale che si sono concentrate la mirabolante capacità di Nole di riprendersi da qualsiasi situazione (all’interno di un set, di un gioco, come di un singolo punto, poi) e la qualità più preziosa di Berrettini: la feroce determinazione nel non farsi sovrastare da alcun peso. Altri avrebbero ceduto all’istante, sotto i colpi da robot di “Djoker“ e il pensiero di una partita dal valore simbolico enorme. Non lui.

E infatti anche nel quarto set, messosi subito in salita per il nostro col break subito nel terzo game, Matteo trova ulteriori forze e il serbo è costretto agli straordinari per annullare due palle per il 3-3. Djokovic, emotivamente provato dopo aver scampato il pericolo, provoca il pubblico in una sfida diventata anche di nervi. Il terzo parziale lo porta a casa, e così pure il quarto e ultimo dopo il break chirurgico messo a segno nel settimo game. La griffe finale del fuoriclasse. Ma lo stesso Matteo non fa mancare prodezze, ancora inseguendo fino all’ultimo quell’ideale di potenza e classe che ha saputo incarnare per queste due indimenticabili settimane.

Il punteggio finale recita sul tabellone 6-7, 6-4, 6-4, 6-3 per “Djoker“: nello score del cuore, però, resta impressa la sensazione che Matteo sia solo in una tappa intermedia nonostante sia arrivato dove nessun azzurro era riuscito in 134 anni.

"Per me questa non è la fine, ma l’inizio di una carriera – conferma con grande serenità dopo il match Matto –. Sono contento di questa finale, spero che non sarà l’ultima. È stata una bellissima sensazione essere qui, ci voleva solo quel passo in più...".

E arriva pure l’investitura virtuale di Djokovic, che stringendo il trofeo non sembra ricorrere troppo alla retorica dicendo che "è stata più di una battaglia. Congratulazioni Matteo. Non è bello perdere in finale ma sono sicuro che hai una carriera davanti a te. Hai un tennis incredibile, potente".

Sì, il serbo che si avvicina ancor di più al Grande Slam, 52 anni dopo Laver (gli manca solo l’Us Open ad agosto), è dovuto ricorrere alla sua impareggiabile capacità nella risposta per disinnescare Matteo.

Conoscendo il percorso del romano dai tornei minori fino al palcoscenico più prestigioso del mondo, si può essere certi che la sua cavalcata inglese non sia un fuoco di paglia. Non c’è solo talento, nel suo tennis, non c’è solo una complessione con pochi pari, a livello muscolare. Tutto infatti è sorretto da una determinazione senza pari, alimentata anche da stimoli diversi non strettamente legati al tennis. Matteo ha una mente pronta, che si nutre di motivazioni sempre nuove e crescenti. Serve anche questo per diventare campioni veri, per vivere le esperienze di massimo livello con la maturità che non solo il campo può dare.

Tutto solo rimandato, quindi. Non ci si sorprenderà più di vedere Berrettini a questi livelli, sarà invece sbalorditivo, semmai, constatare che Nole & C. possano restare a lungo così in alto.

A Djokovic sono subito arrivati i complimenti di Federer, raggiunto a quota 20 Slam. L’Olimpo dei vincitori di Major è sempre lì, ma siamo sicuri che duri poi per l’eternità?