Italo Cucci

Ripasso Italia-Turchia con Fabio Capello, al bar, sperando che non si debba attendere ancora un’autorete per andare avanti, farsi belli e vincere. È un’Italia, questa, che può dare molto di più di quanto ha mostrato nel primo tempo. Ma resto dell’idea che quella paura iniziale (il bravo Spinazzola, dotato di sana dialettica oltre le virtù pedatorie cosí ben esibite, ha parlato di prudenza, e sia). Cosí finiamo a parlare della Svizzera. E Fabio - telegraficamente - non ha dubbi: "Attenti, ci ha fatto sempre soffrire". Poi io la prendo alla larga. Quando s’è visto in tivù il primo Mondiale, nel 1954, lui aveva otto anni, io al ginnasio già facevo il tema: “L’Italia dal Brasile alla Svizzera” e sognavo di vedere grandi imprese dell’ex portiere del Rimini - casa mia - quel Giorgio Ghezzi, il “Kamikaze” che aveva vinto dal ‘52 al ‘54 due scudetti con l’Inter (poi nel ‘61‘63 col Milan un tricolore e una Coppa dei Campioni). Non sapevo, allora, che la disfatta brasiliana del ‘50 era stata favorita dalla decisione di far viaggiare la Nazionale verso il Brasile in nave e non in aereo perché nella Commissione tecnica c’erano Ferruccio Novo, il presidente del Grande Torino che l’anno prima era caduto a Superga, e il giornalista Aldo Bardelli, mio futuro capo a Stadio che aveva una gran paura di volare.