Jannik Sinner e Larissa Iapichino
Jannik Sinner e Larissa Iapichino
Roma, 5 luglio 2021 - Nel 1999 Lene Marlin cantava un brano di grande successo intitolato Unforgivable Sinner, vale a dire “imperdonabile peccatore“. Non sappiamo se Jannik Sinner sia un peccatore – com’è il significato inglese del suo cognome –, ma di certo imperdonabile lo è per il suo no a indossare la maglia azzurra alle Olimpiadi di Tokyo. Novella Calligaris, tre medaglie (un argento e due bronzi) a Monaco 1972 quando aveva appena 17 anni ed era già alla sua seconda esperienza, e da pochi mesi presidente degli Atleti Olimpici d’Italia – oltre che giornalista Rai –, lo bacchetta. Novella, che cosa vorrebbe dire al tennista altoatesino? "Che ha perso una grande occasione, questa rinuncia gli rimarrà come un bollino rosso nella sua carriera. Al di là del...

Roma, 5 luglio 2021 - Nel 1999 Lene Marlin cantava un brano di grande successo intitolato Unforgivable Sinner, vale a dire “imperdonabile peccatore“. Non sappiamo se Jannik Sinner sia un peccatore – com’è il significato inglese del suo cognome –, ma di certo imperdonabile lo è per il suo no a indossare la maglia azzurra alle Olimpiadi di Tokyo. Novella Calligaris, tre medaglie (un argento e due bronzi) a Monaco 1972 quando aveva appena 17 anni ed era già alla sua seconda esperienza, e da pochi mesi presidente degli Atleti Olimpici d’Italia – oltre che giornalista Rai –, lo bacchetta.

Novella, che cosa vorrebbe dire al tennista altoatesino?

"Che ha perso una grande occasione, questa rinuncia gli rimarrà come un bollino rosso nella sua carriera. Al di là del fatto agonistico perde una grossa occasione a livello personale, di formazione".

Sinner spiega che non sta giocando bene ed è meglio che si alleni senza dovere gareggiare a Tokyo. Ha ragione?

"Assolutamente no. Quando Bubi Dennerlein (l’allenatore di Novella, ndr) capì che era inutile che continuassi a gareggiare in Italia perché vincevo sempre, mi portò a confrontarmi con le nuotatrici più forti del mondo, per esempio olandesi e tedesche dell’Est dicendomi soltanto: devi imparare a perdere".

Dica a Sinner che cosa significa partecipare a un’Olimpiade…

"Trovo che la rinuncia a un evento così particolare dal punto di vista sportivo e psicologico non sia una scelta formativa. Soprattutto dal punto di vista sociale. Si ha la possibilità di condividere le proprie esperienze e le proprie aspettative con sportivi di tutte le discipline. Anche i momenti negativi se condivisi nell’occasione olimpica possono aiutare a migliorare la propria tecnica, la propria personalità, e per un atleta che in fondo deve fare spettacolo come gli attori o i cantanti è una cosa molto importante".

Sinner non è nuovo a queste scelte: ha detto no anche alla Coppa Davis. Ci vede qualcosa di serio in queste rinunce?

"Vuol dire che non sente molto il valore della maglia azzurra, quel valore etico che questi giorni dimostrano di avere i giocatori della Nazionale di calcio che pur guadagnando molto si mettono volentieri la divisa. Difendere l’onore del proprio Paese in qualsiasi sport è un sentimento nobile".

Gianmarco Tamberi nel 2014 e Larissa Iapichino quest’anno hanno pianto lacrime amare per avere dovuto rinunciare alle gare di Rio e Tokyo. C’è una lezione da potere trarre in quella disperazione.

"Sì, l’opposto di Sinner: il volere andare oltre, il non sentirsi accontentati dalle proprie prove. Gianmarco dovette rinunciare a Rio per un infortunio in una gara a Montecarlo alla quale poteva benissimo non partecipare: aveva il pass olimpico e in Brasile era favorito per l’oro nel salto in alto. Ma abusò del proprio fisico. Lo stesso ha fatto Larissa a Rovereto nonostante un dolore al piede potesse essere un segnale per dire: fermati e riposa, Tokyo è più importante dell’ultimo salto qui. E invece la medaglia nel lungo deve aspettare. Tamberi e Iapichino hanno sbagliato per troppo attaccamento ai loro valori. Speriamo che Gianmarco a Tokyo e Larissa fra tre anni a Parigi possano vendicare la sfortuna".

Un atleta “sente“ il proprio corpo? E quindi potevano capire di correre dei rischi?

"Certamente, l’atleta sa come sta. Ma andare oltre i proprio limiti talvolta è più forte che sapersi fermare".

Lei ha fatto la prima Olimpiade a 13 anni e la seconda a 17: perché poi ha smesso di gareggiare?

"Erano altri tempi e avevo raggiunto i risultati che mi ero prefissata, non potevo andare oltre. Lo sport è stata la vera educazione per affrontare le altre sfide della vita. Un insegnamento a cinque cerchi".

Un appello ai nostri atleti.

"L’attaccamento è immanente nel valore della maglia azzurra e del messaggio che può dare a tutti con il valore educativo che ha. Sempre Forza Azzurri!".