Leo Turrini

Se siete tra quanti hanno già nostalgia delle notti magiche dell’Europeo, beh, consolatevi. Tra 10 giorni, in Giappone, scatterà l’Olimpiade. Okay, okay, siamo d’accordo: soltanto il calcio è in grado di scatenare enormi passioni collettive e ce ne siamo felicemente di nuovo resi conto nell’ultimo mese, grazie al prodigio della Nazionale di Roberto Mancini.

Ma i Giochi sono i Giochi. Per quanto discutibile nell’esasperazione, la molla del patriottismo scatta sempre, quando c’è in ballo una medaglia. Non solo, è legittimo ricordare a noi stessi che soltanto ogni quattro anni (stavolta, per noti motivi pandemici, ne sono passati addirittura cinque) ci sentiamo teneramente costretti a ricordare l’esistenza di altre discipline, di pratiche sportive che non godranno mai della popolarità del pallone. In un certo senso, l’Olimpiade, in un paese come il nostro, rappresenta una sorta di risarcimento morale nei confronti di ragazzi e ragazze che, con sacrifici non di rado mal ripagati, contribuiscono a tenere in piedi una parvenza di identità nazionale, nei campi come nelle palestre, sulle pedane come lungo le strade.

L’Olimpiade di Tokyo è già storica, anche per ragioni francamente deprimenti. I giapponesi sono molto diversi da noi europei. Tutte le gare si svolgeranno in assenza di pubblico.

Segue all’interno