Assunta Legnante
Assunta Legnante
Che poi, per chi magari ancora non lo avesse capito!, i Paralimpici sono atleti a tutti gli effetti. Sono tali anche nella frustrazione per una vittoria non arrivata, per una sconfitta difficile da digerire. Paralimpiadi: il canale speciale Emblematica, infatti, è stata la smorfia di sofferenza con la quale Assunta Legnante, simbolo del movimento azzurro, ha salutato ieri a Tokyo la medaglia d’argento...

Che poi, per chi magari ancora non lo avesse capito!, i Paralimpici sono atleti a tutti gli effetti. Sono tali anche nella frustrazione per una vittoria non arrivata, per una sconfitta difficile da digerire.

Paralimpiadi: il canale speciale

Emblematica, infatti, è stata la smorfia di sofferenza con la quale Assunta Legnante, simbolo del movimento azzurro, ha salutato ieri a Tokyo la medaglia d’argento nel lancio del peso.

Troppo poco per lei, che veniva dai trionfi centrati a Londra e a Rio. Troppo poco per i suoi desideri, i suoi progetti, i suoi pensieri.

"Ho urlato e ho anche versato qualche lacrima – ha raccontato la 43enne campana di Frattamaggiore –. Faceva molto freddo, la pedana era umida, ma questi sono alibi, le condizioni erano uguali per tutte. Ho perso e provo tanta rabbia. Forse sto semplicemente chiedendo troppo al mio fisico…"

Assunta è stata battuta da una uzbeka più giovane di lei. Safya Burkhanova ha scagliato il peso a 14,78. Sedici centimetri in più dell’italiana, fermatasi a 14,62. L’azzurra ci ha provato fino all’ultimo tentativo, un nullo che avrebbe meritato maggior fortuna: "Questo è il mio grande rimpianto".

Con il tempo, di sicuro, Assunta Legnante imparerà ad apprezzare di più il metallo della sua medaglia (è il secondo argento, aveva già ottenuto il secondo posto nel disco). Ma c’è qualcosa di intenso, nella amarezza di una campionessa che prima di perdere la vista era già stata una splendida atleta nella Nazionale di quelli che chiamiamo normodotati.

C’è, come dicevo all’inizio, la consapevolezza piena che il risultato non è un optional, bensì un traguardo da raggiungere. C’è, come ha detto spesso Luca Pancalli, presidente e anima del movimento paralimpico tricolore, la voglia di sfuggire allo stereotipo: il disabile che fa sport è certamente un modello e un esempio per la società, ma quando gareggia al massimo livello compete per il miglior esito possibile. E ha il sacrosanto diritto di provare dispiacere se un avversario riesce a dimostrarsi più forte.

Cerchiamo di capirlo.