Fango contro Jacobs e la sua impresa: senza indicare uno straccio nè di prova, nè di sospetto, nè di lontano indizio. A buttarlo nel ventilatore per spargerlo nel mondo ci hanno pensato americani e inglesi: "Sarebbe ingiusto accusare Jacobs: a lui va dato il beneficio del dubbio, ma all’atletica no". Sono queste le parole che arrivano dal Washington Post, che accusa l’atletica mondiale "disseminata di campioni rivelatisi poi imbroglioni col doping". Il giornale americano ricostruisce la rapida ascesa dell’outsider Jacobs. "Non è colpa sua se la storia dell’atletica leggera fa sospettare per i miglioramenti così improvvisi e così enormi". Scettico anche il Times: "Da Ben Johnson a Gatlin a Coleman, l’arrivo di una nuova stella mette in allerta", scrive il giornale inglese, aggiungendo che delle 50 migliori prestazioni mondiali dei 100, a parte le 14 realizzate da Bolt, 32 su 36 sono di velocisti poi risultati positivi. Uno scenario, dati, una conclusione implicita cui ovviamente una lettura non attenta può cadere. Ma sul doping, come su tutti i reati, vale una sola cosa: la prova. Senza quella, si può alimentare solo una macchina del fango. Dopo i "rosiconi" inglesi, capaci di chiedere addirittura la ripetizione della finale degli Europei di Wembley, ora l’estate ci regala il bis. Ai danni di un atleta tra l’altro della Polizia di Stato. Che si facciano valere i fatti, non le parole.