Arséne Wenger, ideatore della riforma Fifa, con Didier Deschamps, mondiale 2018
Arséne Wenger, ideatore della riforma Fifa, con Didier Deschamps, mondiale 2018
Va bene, d’accordo, ormai l’abbiamo capito che nel calcio c’è un solo, unico sovrano, che non è Messi, Ronaldo, Pep Guardiola o Jurgen Klopp. E’ la grana. E nel nome di quest’ultima, pur ammantando certe scelte e certe proposte dietro nobili intenti, c’è sempre il frusciar della banconote. E in questo ambito, alla fine, rientra l’idea della Fifa di trasformare un evento che si snoda ogni quattro anni, il Mondiale di calcio, in appuntamento biennale. Una follia bella e buona, guardando allo scenario attuale del pallone e a calendari da posti in piedi. Per quale motivo s’è allargato il Mondiale a 48 squadre dal...

Va bene, d’accordo, ormai l’abbiamo capito che nel calcio c’è un solo, unico sovrano, che non è Messi, Ronaldo, Pep Guardiola o Jurgen Klopp. E’ la grana. E nel nome di quest’ultima, pur ammantando certe scelte e certe proposte dietro nobili intenti, c’è sempre il frusciar della banconote. E in questo ambito, alla fine, rientra l’idea della Fifa di trasformare un evento che si snoda ogni quattro anni, il Mondiale di calcio, in appuntamento biennale. Una follia bella e buona, guardando allo scenario attuale del pallone e a calendari da posti in piedi.

Per quale motivo s’è allargato il Mondiale a 48 squadre dal 2026? Dicono i dotti, medici e sapienti della Fifa: "per dare maggior possibilità a quei Paesi che non hanno possibilità di qualificarsi di impegnarsi, crescere, provarci". Sì, tutto molto bello. E poi, per tenere conto di quei continenti, come l’Africa, che sono cresciuti calcisticamente nel tempo e per i quali il numero di squadre partecipanti oggi va un po’ stretto. In realtà, dietro a un afflato fortemente democratico, si cela l’idea di abbassare l’asticella della qualificazione per quei Paesi ricchi – Cina o India ad esempio – che con un Mondiale a 48 invece che a 32 squadre, avrebbero ben altre possibilità di qualificazione.

Il punto è che, oltre al "no" deciso dell’Uefa, già L’Eca, la potente associazione dei club europei – presieduta sino ai giorni dell’affare SuperLega da Andrea Agnelli e oggi diretta da Nasser AL-Khelaifi, numero uno del Psg – s’era opposta al Mondiale a 48 squadre e, ora, è entrata a piedi uniti sventolando temi indiscutibili: l’affollamento eccessivo dei calendari e la salute dei calciatori.

In una nota, l’Eca ha sottolineato recentemente come si sia "fin da subito mostrata disponibile per concordare necessarie modifiche al calendario internazionale delle partite", però fondate "su un minor numero di finestre di rilascio per le nazionali e di maggiore protezione della salute dei calciatori".

A muso duro - oltre al pianeta del calcio femminile mondiale che individua nel mondiale biennale un nemico dello sviluppo del movimento - anche la FifPro, il sindacato internazionale dei calciatori, che punta il dito sugli "interessi commerciali" (la grana...) di certi progetti. La FifPro si dice favorevole al "condensare le finestre internazionali", così come vorrebbe la Fifa per ridurre voli transoceanici e spostamenti, ma non al Mondiale ogni due anni, esibendo Il rapporto pubblicato della Kpmg su un campione di 265 calciatori, secondi l quale si segnala un aumento del numero di partite disputate. Lo studio mette a fuoco come i calciatori più a rischio siano quelli internazionali, che in media hanno giocato il 67% del proprio tempo di gioco annuale nel 2020-2021 con meno di cinque giorni di riposo tra una partita e l’altra. Un dato evidente che, poi, si riflette sulle denunce, esposte in maniera più o meno corretta, dagli allenatori sulle follie di calendari internazionali troppo pesanti rispetto ai già pressanti impegni di campionato. Ci manca solo il Mondiale ogni due anni, dopo quello in inverno del Qatar.

Paolo Franci