Leo Turrini

Il Milan. L’Inter. La Roma. Il Bologna. La Fiorentina. Il Parma. Adesso anche Spezia. Cosa hanno in comune, questi club, oltre alla militanza in serie A? Semplice: appartengono a proprietà straniere. Cioè a padroni, legittimi e nobili per carità!, che certo non hanno vissuto l’infanzia sognando un giorno di comprarsi la squadra del cuore.

Beninteso e a scanso di equivoci: è la globalizzazione, bellezza. Nella Premier League, come sempre battistrada, il passaporto di chi mette sterline in una società calcistica non conta più da un pezzo (anche se, recentemente, un interesse dei sauditi per il Newcastle è stato bloccato per ragioni etiche, all’insaputa di Matteo Renzi). Il City è degli emiri, lo United degli americani, il Liverpool idem, eccetera.

È inevitabile? Forse. In un mondo senza frontiere, è persino normale che la libera circolazione dei capitali possa concentrarsi anche su una squadra di calcio. Un investimento vale l’altro per chi ha il diritto di guadagnare, si tratti di fabbriche di bulloni, di aziende elettroniche, di latticini. O di gol.

E però. Il pallone, nel bene o nel male, è una fede. Nella vita puoi cambiare moglie, ma non maglia. Puoi cambiare posto di lavoro, ma non posto allo stadio. È una questione di DNA. Più forte delle dinamiche da alta finanza.

Poi, certo, meglio un proprietario non italiano di un fallimento.

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