Paolo

Grilli

I fanatici delle statistiche, oltre ai "giochisti", ricaverebbero ben poca soddisfazione da questa Juve. Perché la Signora, pur in vetta con vista scudetto, non primeggia in nessuna voce, se non quella della difesa meno perforata. Quarta per gol fatti, quarta per tiri effettuati (e solo quinta per quelli in porta), seconda per assist, quarta per chilometri percorsi in campo, addirittura sedicesima per cross. Persino nel possesso palla, vanto sarriano, i bianconeri si trovano a inseguire il Napoli di Gattuso. Se poi confrontiamo i numeri della cavalcata di questa Juve con quelli degli ultimi otto anni vincenti in Italia, si scopre come proprio la succitata difesa, ad oggi, sia in realtà la peggiore (un gol subito a gara) di quest’epoca d’oro, così come il rapporto fra gol fatti e subiti. Solo i seguaci di Aristotele, forse, si compiacerebbero della virtuosa medietà di CR7 e compagni. Non c’è stata rivoluzione, con Sarri. Anzi. La ricetta per il dominio prevede un unico principio attivo: la prodezza estemporanea del campione, si chiami Ronaldo o Dybala. Una sorta di Allegrismo mascherato, quello applicato sinora dai bianconeri, che certo non possono e non devono dimenticare quanto costruito nell’ultimo decennio, ma che poco o nulla hanno concesso allo spettacolo. Un ingrediente che trova schiere di allergici, ma che non è mai mancato in chi ha trionfato nelle ultime cinque Champions: Liverpool, Real e Barcellona

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