di Paolo Franci Difficile immaginare Pirlo nei panni di Romeo. E soprattutto Rino Gattuso in quelli di Giulietta. A maggior ragione ricordando quel famoso striscione esposto dai napoletani a Verona a metà anni ’80, in cui si metteva esplicitamente in dubbio la virtù della signorina Capuleti. Però poi in questa ennesima trasposizione dei Montecchi e dei Capuleti, loro due sono amici per la pelle e compagni di mille battaglie che hanno vinto tutto e festeggiato trofei a garganella. Ringhio però, si vede più nei panni di due eroi italiani dal nome straniero, seguendo la...

di Paolo Franci

Difficile immaginare Pirlo nei panni di Romeo. E soprattutto Rino Gattuso in quelli di Giulietta. A maggior ragione ricordando quel famoso striscione esposto dai napoletani a Verona a metà anni ’80, in cui si metteva esplicitamente in dubbio la virtù della signorina Capuleti.

Però poi in questa ennesima trasposizione dei Montecchi e dei Capuleti, loro due sono amici per la pelle e compagni di mille battaglie che hanno vinto tutto e festeggiato trofei a garganella. Ringhio però, si vede più nei panni di due eroi italiani dal nome straniero, seguendo la cine-esterofilia degli anni ’70: "Siamo come Terence Hill e Bud Spencer - ha detto ridendo - Andrea ha preso più schiaffi da me che da suo padre...". Si sentono, si vogliono bene. Ora però si giocano la Supercoppa in mezzo a un affresco di rivalità che affonda le radici all’inizio del secolo scorso. Quando il calcio era prerogativa di “quelli del Nord“ e Napoli fu la prima città a ribellarsi a quella forma di discriminazione pallonara che voleva dire anche riscatto sociale. E passeranno anni per fare in modo che il pallone sia uguale per tutti. O quasi, ok, d’accordo.

Da lì, il filo è sempre rimasto teso. La Fiat che salva la Juve, gli emigranti che si trasferiscono nella Torino operaia. Realtà che si avvinghiano come l’edera a questa rivalità antica, viva, dolorosa, anche. E vissuta su sgarbi e scippi di mercato. Il primo lo abbiamo intervistato qui sotto. E’ Josè Altafini che nell’estate del 1972 lascia Napoli per andare alla Juve. Da lì per i napoletani sarà "Core n’grato", cuore ingrato. Un colpo secco al riscatto di una città verso i padroni del Nord. Ecco perchè quando arriverà ’El Diez, Maradona’, quel riscatto sarà vissuto anche e soprattutto per contrapposizione sociale, politica oltre che geografica. Ecco perchè quel gol fantastico di Diego alla Juve su punizione del 3 novembre 1985 è diventato simbolo diribellione allo strapotere sabaudo.

Passano gli anni e a capo delle due ’famiglie’ troviamo due giganti dell’ego pallonaro: Aurelio De Laurentiis e Andrea Agnelli, pur con differenze evidenti nei modi e nell’eleganza. E la rivalità diventa la Guerra dei Mondi. C’è un Che Guevara del pallone, Maurizio Sarri il ’comandante’, che sfiorerà il miracolo scudetto, prima di far impallidire Altafini e Gonzalo Higuain, altro "core n’grato". La tuta di Sarri diverrà giacca e cravatta a Torino. La t-shirt slabbrata da guerrigliero una elegante Ralph Lauren. Tradimento! Proprio lui che alla Juve ne aveva dette di tutti i colori, fino a quel dito in forma di ’fuck’. Eppoi l’ultimo capitolo: la partita fantasma di Torino finita in tribunale con lo 0-3 a tavolino prima inflitto e poi cancellato. E occhio alla prossima battaglia perchè i due ’eserciti’ stanno un po’ così: se ’Giulietta’ Gattuso non avrà Osimehn e Mertens è a mezzo servizio, A ’Romeo’ Pirlo manca mezza squadra: Dybala, Alex Sandro, Demiral, De Ligt e Cuadrado.