Sin dai primi giorni di quel maggio del 2018, quando Roberto Mancini si presentò in Figc con un’idea tanto folle quanto meravigliosa, l’attenzione della critica finì risucchiata nell’ennesimo tentativo di recuperare Mario. Il figlioccio del ct era figlio legittimo del talento ma incapace di infilare quel Dono in una storia da professionista esemplare. E così, mentre noi guardavamo Balotelli salire sull’ultimo tram della sua carriera, il ct progettava qualcosa che nel giro di tre anni avrebbe messo al centro del quadrante mondiale il gioco dell’Italia. Lui, Mancini, che aveva...

Sin dai primi giorni di quel maggio del 2018, quando Roberto Mancini si presentò in Figc con un’idea tanto folle quanto meravigliosa, l’attenzione della critica finì risucchiata nell’ennesimo tentativo di recuperare Mario. Il figlioccio del ct era figlio legittimo del talento ma incapace di infilare quel Dono in una storia da professionista esemplare. E così, mentre noi guardavamo Balotelli salire sull’ultimo tram della sua carriera, il ct progettava qualcosa che nel giro di tre anni avrebbe messo al centro del quadrante mondiale il gioco dell’Italia. Lui, Mancini, che aveva sempre seguito istinto ed ispirazione nella scelta dei calciatori, stavolta doveva pensare differente, dando vita a una nuova figura di ct. Un mix tra tecnico delle giovanili e quello della Nazionale maggiore. Bisognava scovare i talenti, allevarli calcisticamente e nel contempo fortificare chi il talento l’aveva già espresso a livelli planetari come Verratti e chi stava crescendo velocemente come Jorginho. Con la sua pazza idea, Mancini guardava al futuro. A questo Europeo. Al Mondiale del Qatar. E lo faceva affiancando alla figura dell’architetto del pallone, quella dell’"allevatore" di talenti. E’ per questo che lì per lì fu difficile capire certe convocazioni, come con Zaniolo, o l’insistere in quel modo su Barella, che Conte bollava come "il ragazzino del Cagliari".

Nell’allevamento del Mancio sparisce la figura del mediano classico, del De Rossi per intenderci. E la via dei piedi buoni diventa l’unica via. Dietro alle scelte che via via lanciano Pellegrini, Sensi, Zaniolo, Barella, Locatelli fino a Pessina, c’è il progetto di un golpe: spezzare in due il culto del Tiki-taka per dare vita a un’evoluzione più rapida e verticale del gioco alla spagnola, pur con alcune similitudini, dal pressing alto al coraggio di fare la partita sempre nella metà campo avversaria. E il detonatore di questo progetto non è né tecnico né basato sul talento. C’è la necessità di creare un gruppo di ragazzi legati tra loro, orgogliosi di essere azzurri, concentrati sull’idea di fare qualcosa di nuovo, bello, rivoluzionario. E qui la Nazionale diventa una rappresentazione teatrale che schianta la concorrenza. Per dire: Pogba, Rabiot, Tolisso e Kante sono più forti dei nostri ma vivono la Nazionale come un ring per combattimenti dei galli. Il Belgio aveva Witsel e Tielemans, ma i nostri se li sono mangiati, perchè la differenza sta nel sentirsi un organismo unico, e non ragionare in termini di unità che formano un gruppo. E’ per questo che chiunque entri nel centrocampo azzurro tende a fare meglio del compagno sostituito. Forse l’Inghilterra di Southgate è la squadra più vicina a quella del Mancio per ricerca del talento e gioventù. Forse solo Phillips e Rice, per amicizia e feeling in campo e fuori, in questo momento possono rivaleggiare con i nostri. E chissà che non lo si possa scoprire tra qualche giorno.

Paolo Franci