Simone Inzaghi, 45 anni, ha lasciato per la prima volta la Lazio nell’estate scorsa dopo 21 anni passati in biancoceleste, come giocatore e poi come tecnico
Simone Inzaghi, 45 anni, ha lasciato per la prima volta la Lazio nell’estate scorsa dopo 21 anni passati in biancoceleste, come giocatore e poi come tecnico
di Mattia Todisco La carriera da allenatore di Simone Inzaghi è stata legata ai "no" che hanno pronunciato due colleghi. Il primo è stato quello di Marcelo Bielsa, promesso sposo della Lazio nel 2016. Il feeling tra l’argentino e Lotito si ruppe prima di iniziare e costretto a dover mettere una pezza in fretta e furia il presidente biancoceleste decise di affidare la squadra a chi aveva ben guidato la Primavera fino a quel momento. Era destinato a cominciare il percorso in una prima squadra alla Salernitana, si ritrovò in Serie A da un giorno all’altro. Risultato: due Supercoppe Italiane...

di Mattia Todisco

La carriera da allenatore di Simone Inzaghi è stata legata ai "no" che hanno pronunciato due colleghi. Il primo è stato quello di Marcelo Bielsa, promesso sposo della Lazio nel 2016. Il feeling tra l’argentino e Lotito si ruppe prima di iniziare e costretto a dover mettere una pezza in fretta e furia il presidente biancoceleste decise di affidare la squadra a chi aveva ben guidato la Primavera fino a quel momento.

Era destinato a cominciare il percorso in una prima squadra alla Salernitana, si ritrovò in Serie A da un giorno all’altro. Risultato: due Supercoppe Italiane e una Coppa Italia in un quinquennio, con un’assidua presenza nella zona delle coppe europee. L’altro diniego è recente, risale all’estate scorsa. All’Inter serviva un erede di Conte, ma Allegri preferì il bis alla Juventus e dopo aver quasi accettato di rimanere nella Roma biancoceleste (complice una cena con il presidente) Inzaghi fu raggiunto da una telefonata di Marotta. La panchina dell’Inter, con buona pace della Lazio in cui è rimasto per 21 anni, non si rifiuta. Vallo a spiegare a Lotito, però. Da qui l’addio burrascoso, anche se l’ambiente non sembra avergli serbato rancore. La parte calda del tifo lo ha salutato con un messaggio in cui si ricordavano le tante stagioni vissute a Roma. In tal senso aiuta il gemellaggio tra gli ultras delle due fazioni.

Di certo il ritorno in città, domani alle 18, sarà carico di significato. Oltre due decenni, da calciatore e da tecnico, sono un tempo lunghissimo. Con gli scarpini ai piedi Inzaghi ha vinto uno scudetto, ne ha fatto perdere uno all’Inter nel 2002 segnando il definitivo 4-2 di un celebre 5 maggio. Fa parte della storia del club e lì resterà. Ha voltato pagina, inseguito un sogno ulteriore, quello di misurarsi con una piazza in cui ad ogni partita si deve vincere, a maggior ragione se l’anno prima hai conquistato lo scudetto. Le condizioni per tornare potevano essere migliori. Inzaghi avrà un gruppo reduce in gran parte dagli impegni con le nazionali, gli ultimi dei quali hanno giocato la notte scorsa in Sudamerica. Sono cinque e non sono nomi qualunque: Martinez, Correa, Vidal, Sanchez, Vecino.

La possibilità di averli all’Olimpico va verificata, considerando anche il fatto che martedì sera l’Inter giocherà in Champions League contro lo Sheriff e che non c’è altro risultato utile se non una vittoria per riportarsi a ridosso degli avversari (clamorosamente a sei punti contro i due dei nerazzurri). In campionato la necessità è la stessa, sebbene il cammino sia più lungo e la possibilità di recuperare maggiore. Il Napoli non ha ancora lasciato nulla per strada, il Milan solo due lunghezze in casa della Juventus. L’Inter ha perso quattro punti a causa di due pareggi. Trova una Lazio senza Acerbi ma con il recuperato Immobile, ben più fresca avendo meno nazionali di ritorno. Ci saranno da studiare soluzioni d’emergenza per non concedere a Lotito di restituire quel che ancora oggi ritiene uno sgarbo sotto al sole.