Franck Kessie e l’abbraccio con Ilija Nestorovski. A destra, il tecnico Stefano Pioli
Franck Kessie e l’abbraccio con Ilija Nestorovski. A destra, il tecnico Stefano Pioli
di Luca Talotta Succede tutto in una fresca serata milanese: il Diavolo decide che è meglio concentrarsi sulle gesta canore di Ibrahimovic, presta il fianco a Rodrigo Becao da Salvador e dice seriamente addio a qualsivoglia ultima, esigua, speranza di poter rimontare i cugini nerazzurri e cullare ancora sogni di gloria. Ma succede anche che i successi di Roma e Juventus facciano arrabbiare non poco Pioli, il quale rischia fino alla fine di incamerare la sesta sconfitta nel giro di meno di due mesi e vede preoccupantemente messo a repentaglio anche il...

di Luca Talotta

Succede tutto in una fresca serata milanese: il Diavolo decide che è meglio concentrarsi sulle gesta canore di Ibrahimovic, presta il fianco a Rodrigo Becao da Salvador e dice seriamente addio a qualsivoglia ultima, esigua, speranza di poter rimontare i cugini nerazzurri e cullare ancora sogni di gloria. Ma succede anche che i successi di Roma e Juventus facciano arrabbiare non poco Pioli, il quale rischia fino alla fine di incamerare la sesta sconfitta nel giro di meno di due mesi e vede preoccupantemente messo a repentaglio anche il secondo posto in classifica. Se non arriva il ko per il Diavolo è (de)merito di Larsen, che al 95’ sveste i panni di calciatore per indossare quelli di pallavolista provetto e concede l’1-1 finale. Che non sarebbe stata una sfida semplice si sapeva; l’Udinese ha sempre messo in affanno il recente Milan, sia quello targato Giampaolo che quello di Pioli; e anche ieri sera a San Siro le cose non sono andate diversamente.

Anzi, ci si aspettava di vedere in campo una netta reazione da parte del Milan, un tratto di continuità dopo il successo maturato domenica sera all’Olimpico; invece abbiamo assistito al monologo tattico dell’Udinese di Gotti. Che, se non fosse stato per il grossolano errore di Larsen, avrebbe portato via da San Siro tre punti più che meritati.

Una serata strana, nata sotto auspici funesti: prima la dimenticanza, al minuto 13, della celebrazione per Astori (quando morì in panchina c’era Pioli a Firenze), recuperata al 13’ del secondo tempo come a voler rattoppare un po’. Poi un Milan senza mordente, che sì impegnava Musso in tre circostanze con Diaz, Leao e Castillejo, ma senza dimostrare di avere l’istinto killer per affondare il colpo. Il tutto sotto lo sguardo vigile di Ibrahimovic; il quale, tornato in tarda mattinata da Sanremo (e già ripartito stamattina alla volta della Riviera), dopo un po’ di fisioterapia aveva scelto di stare vicino alla squadra nonostante l’infortunio rimediato all’adduttore. Lì in panchina, a colloquio con la dirigenza, Maldini, Massara e Gazidis, a pochi minuti dall’inizio della partita, prima di rivestire lo smocking e collegarsi con Amadeus e Fiorello. Esce Ibra e il Milan si dimentica di tutto; perché il Diavolo visto ieri sera, anche per merito dell’Udinese, è sembrato troppo brutto per essere vero. E le prossime sfide (Verona, Manchester United e Napoli) se giocate così rischiano davvero di tramutarsi nella classica imbarcata di Primavera. Sperando, invece, che possa esserci il risveglio, soprattutto di quei giocatori (Leao, Rebic e Theo Hernandez su tutti) che quando sono stati chiamati in causa, quando gli è stat chiesto il cambio di passo, hanno sempre mancato l’appuntamento. Tempi di esperimenti non ce n’è, è ora di correre per non rovinare quanto di buono fatto finora.