di Mattia Todisco Il primo a parlare con il procuratore federale Giuseppe Chiné, ieri mattina alle 9, è stato Zlatan Ibrahimovic. In collegamento da Casa Milan, accompagnato da un legale del club, ha raccontato la sua versione rispetto a quanto accaduto nell’ultimo derby di Coppa Italia, quando nelle battute conclusive del primo tempo è stato protagonista di un alterco con Romelu Lukaku. L’indagine è aperta dallo...

di Mattia Todisco

Il primo a parlare con il procuratore federale Giuseppe Chiné, ieri mattina alle 9, è stato Zlatan Ibrahimovic. In collegamento da Casa Milan, accompagnato da un legale del club, ha raccontato la sua versione rispetto a quanto accaduto nell’ultimo derby di Coppa Italia, quando nelle battute conclusive del primo tempo è stato protagonista di un alterco con Romelu Lukaku. L’indagine è aperta dallo scorso 1° febbraio (la partita è di cinque giorni prima) e mira a decidere se il turno di squalifica comminato a entrambi è commisurato rispetto a quanto accaduto. Entrambi sono stati in realtà solo ammoniti dopo il poco edificante litigio, sedato da compagni e uomini dei rispettivi staff tecnici, ma l’attaccante del Milan ha poi rimediato un secondo giallo nel secondo tempo, mentre Lukaku era sotto diffida e quindi gli è stato sufficiente il provvedimento dell’arbitro Valeri per saltare Inter-Juventus di martedì scorso.

Nei prossimi giorni verrà ascoltato anche Romelu Lukaku, ieri a Firenze per Fiorentina-Inter. Nel frattempo Ibrahimovic ha spiegato il perché delle parole utilizzate contro l’avversario, motivando l’attacco verbale con i fatti di cronaca risalenti al 2017, quando il presidente dell’Everton aveva dichiarato che il belga non aveva rinnovato con la società di Liverpool perché convinto dalla madre dopo un rito voodoo. Già allora Lukaku smentì seccamente la circostanza e diversi media inglesi stigmatizzarono il comportamento del dirigente. Lo svedese, che ha negato ogni volontà razzista nelle sue parole come già aveva fatto attraverso un tweet il giorno dopo la partita, deve difendersi dall’accusa di aver violato l’art. 28 del codice di giustizia sportiva secondo cui "costituisce comportamento discriminatorio ogni condotta che, direttamente o indirettamente, comporta offesa, denigrazione o insulto per motivi di razza, colore, religione, lingua, sesso, nazionalità, origine anche etnica, condizione personale o sociale". La pena prevista per chi viola il comma 1 è di almeno dieci giornate di gara o, nei casi più gravi, una squalifica a tempo determinato.