Italo

Cucci

Queste son quisquilie e pinzillacchere rispetto al fuoco d’amore acceso da Roberto Mancini fra gli italiani, tornati finalmente alle notti magiche nell’unico luogo di Roma risparmiato da topi e cinghiali, l’Olimpico presidiato dal CONI. Adesso che la vita si fa dura - non dico per l’Austria ma per il Belgio ch’è in agguato - possiamo evidenziare un bilancio positivo non solo perché l’Italia gioca bene ma perché il suo condottiero, il generale Mao Mancio, guida sicura della lunga marcia di trenta risultati utili consecutivi, roba da Pozzo, ha rivelato l’esistenza di una ventina di campioni italiani ( a parte i già noti Chiellini, Bonucci, Sirigu, Florenzi, Belotti, Insigne e Immobile) spesso snobbati per favorire bufale straniere dai supermercanti nostrani, come il primissimo Zaniolo, purtroppo perduto per strada, e Locatelli, Berardi, Pessina, Spinazzola, Cristante, Toloi, Di Lorenzo; con gli esiliati come Verratti, Jorginho e Emerson, fino al baby Giacomo Raspadori di Bentivoglio che mi ha ricordato un altro Giacomo, anzi, Giacomino Bulgarelli di Portonovo di Medicina che in questi giorni, nel 1962, esordiva in Nazionale nel Mondiale del Cile segnando due gol alla Svizzera. Grazie di tutto, Mancio.