di Paolo Grilli Arrivò a Torino tre estati fa in un tripudio di folla, con un assembramento epocale; se n’è andato dopo una scioccante panchina in campionato e una botta presa in allenamento, con un volo preso di fretta. Cristiano Ronaldo ci ha messo tanto del suo, in mezzo. Tre stagioni da star, scacciando via a suon di gol ogni dubbio sul suo spessore di campionissimo, ma mai conquistando del tutto i suoi tifosi. Troppo professionista e robotico, forse, per dividere davvero il suo cuore con il...

di Paolo Grilli

Arrivò a Torino tre estati fa in un tripudio di folla, con un assembramento epocale; se n’è andato dopo una scioccante panchina in campionato e una botta presa in allenamento, con un volo preso di fretta. Cristiano Ronaldo ci ha messo tanto del suo, in mezzo. Tre stagioni da star, scacciando via a suon di gol ogni dubbio sul suo spessore di campionissimo, ma mai conquistando del tutto i suoi tifosi. Troppo professionista e robotico, forse, per dividere davvero il suo cuore con il mondo bianconero, cui ha riservato 101 reti in 134 gare (roba da grandissimi), vincendo due scudetti ma lasciando anche tanti rimpianti. Con lui, il salto definitivo in Europa non arrivato, anzi: la Signora che lo pagava 31 milioni all’anno è uscita per due volte agli ottavi e una ai quarti di una Champions che tra Manchester e Madrid aveva vinto cinque volte.

Storia di un divorzio annunciato. Non c’entrano i suoi bolidi rimandati in patria in maggio. E’ contata di più la crescente freddezza del campionissimo nell’ultimo anno rispetto alle sorti della squadra, condita da un malumore sempre più evidente. Le panchine contro Atalanta e Bologna, nel finale della scorsa stagione, raccontavano già di uno scollamento, crepe che si aprivano e che non si è riusciti a tamponare. Dall’inizio agli Europei, Cristiano non ha speso sui social una esplicita parola per la ‘sua’ Juve. Le parole contano, anche quelle che non si dicono.

Rimangono tanti lampi nel suo triennio in Italia. Lui la normalità l’ha sempre dribblata. Ricorderemo il Cristiano bianconero per il gol decisivo nella Supercoppa nella sua prima stagione, per la tripletta che ribaltò l’Atletico negli ottavi di Champions, il suo gesto di delusione dopo l’eliminazione choc che ai quarti arrivò poi contro l’Ajax: fece capire che questo forse non era il suo calcio, e Allegri fu giubilato nonostante lo scudetto. Con Sarri, altri gol a raffica ma pure il rosso in Champions a Valencia e quella sostituzione poco gradita a Mosca. Ombre che prodezze come il gol di testa a Marassi, colpendo a 2 metri e 56 di altezza, finivano per respingere. Poi l’ultimo anno con Pirlo, sempre sottilmente fuori sintonia con una squadra che lo elevava a totem per forza: ma con altri 36 gol in carniere, giusto per zittire gli scettici. Questa lunga estate ha solo certificato una rottura che era nell’aria, ma soprattutto nell’anima del campione. Si apre una nuova era alla Juve. Non sono molti i tifosi che ora lo rimpiangono: paradosso dei paradossi. Tanti potrebbero ricredersi.