di Michele Carletti Un angelo d’azzurro vestito che ha coronato il sogno di una vita. Volando fino al gradino più alto del podio. Sembra una favola l’oro olimpico vinto ieri da Gianmarco Tamberi. Una favola a cinque cerchi lunga cinque anni. Iniziata nel 2016 con lacrime di dolore, amarezza e delusione e che termina ieri sempre in lacrime, ma stavolta di gioia. Dal Brasile al Giappone. Sono passati più di 1800 giorni da Rio, quando pianse nello stadio olimpico durante la gara di salto in alto con accanto la fidanzata Chiara. Ieri ha pianto ancora, a Tokyo, ma per la gioia, per quell’oro preso dopo averlo sognato per tante notti, inseguito, diventato quasi un’ossessione. Centrato da Tamberi tra mille difficoltà. Il Gimbo nazionale, classe 1992, nato a Civitanova Marche, cresciuto a Offagna, anconetano ormai d’adozione, marchigiano doc, non dimenticherà più il 1 agosto 2021. Il primo giorno del mese, ma di giugno, coincide anche con il suo...

di Michele Carletti

Un angelo d’azzurro vestito che ha coronato il sogno di una vita. Volando fino al gradino più alto del podio. Sembra una favola l’oro olimpico vinto ieri da Gianmarco Tamberi. Una favola a cinque cerchi lunga cinque anni. Iniziata nel 2016 con lacrime di dolore, amarezza e delusione e che termina ieri sempre in lacrime, ma stavolta di gioia. Dal Brasile al Giappone. Sono passati più di 1800 giorni da Rio, quando pianse nello stadio olimpico durante la gara di salto in alto con accanto la fidanzata Chiara. Ieri ha pianto ancora, a Tokyo, ma per la gioia, per quell’oro preso dopo averlo sognato per tante notti, inseguito, diventato quasi un’ossessione. Centrato da Tamberi tra mille difficoltà. Il Gimbo nazionale, classe 1992, nato a Civitanova Marche, cresciuto a Offagna, anconetano ormai d’adozione, marchigiano doc, non dimenticherà più il 1 agosto 2021. Il primo giorno del mese, ma di giugno, coincide anche con il suo compleanno. Campione olimpico di salto in alto, con la grande passione per il basket. E fu proprio con la pallacanestro che iniziò da bambino, perché il papà - che da sempre è anche il suo coach, Marco - gli voleva far praticare uno sport di squadra. Poi, quando nel 2008 vinse i campionati italiani studenteschi di salto in alto senza neanche allenarsi, iniziò a pensare che forse era più portato per l’alto. Per cinque mesi fu indeciso se continuare con il basket - iniziato a 4 anni - o passare all’atletica. Fu una scelta sofferta, ma quando si qualificò per i campionati del mondo allievi capì che il salto in alto era il suo sport. Si intuì subito che era una grande promessa. Nel 2011, ai campionati italiani juniores di Bressanone, migliorò il personale di 11 cm, da 2,14 a 2,25 m, dopo aver raccolto il suggerimento del padre di radersi la barba su una guancia sola. In Europa si fece conoscere a 19 anni con il podio agli Europei juniores di Tallinn e nel 2012 partecipa all’Olimpiade di Londra grazie ai 2,31 saltati ai tricolori di Bressanone, il minimo per coronare il sogno a cinque cerchi. "A Londra mi qualificai all’ultimo giorno. Andai con la testa tra le nuvole, ero soddisfatto già di quello che avevo ottenuto" confidò un giorno. Negli anni arrivarono titoli tricolori, ma anche primati italiani. Nel 2015, nella tedesca Eberstadt, saltò prima 2,35 m e poi 2,37, ma la consacrazione di Tamberi campione di salto in alto arrivò nel 2016. Una prima parte d’anno da applausi con il primato italiano indoor a Hustopece con 2,38 m, la vittoria nel campionato italiano di Ancona, ma soprattutto il mondiale indoor conquistato a marzo a Portland. E poi all’aperto l’oro agli italiani di Rieti, l’Europeo di Amsterdam, fino a quella serata dolce amara di luglio a Montecarlo dove firmò il record italiano all’aperto con 2,39 prima del grave infortunio alla caviglia che gli fece saltare le Olimpiadi di Rio. Il ritorno in Italia, l’operazione, le stampelle e quel gesso dove fece scrivere dalla fidanzata Chiara ‘’Road to Tokyo 2020’’. Quel gesso che lo accompagnato in questi lunghi, interminabili cinque anni. Fino a ieri sulla pista di Tokyo dove l’ha posizionato sulla sua sinistra prima dell’ultimo salto. Cinque anni tra alti e bassi, dove non sono mancate le vittorie, ai campionati italiani, ma nel 2019 anche agli europei indoor di Glasgow, primo italiano a vincere l’oro nel salto in alto nella rassegna europea al coperto. Podio replicato quest’anno con l’argento continentale di Torun in una stagione indoor che aveva fatto sognare tutti. La stagione all’aperto invece era iniziata con un infortunio e con più delusioni che gioie. L’ultima, nella rifinitura prima dell’Olimpiade, proprio nella gara di Montecarlo. Gimbo si è chiuso in se stesso, è partito prima di tutti gli altri azzurri dell’atletica per il Giappone. Lui, il papà coach Marco, il fisioterapista Andrea Battisti e la sua futura sposa Chiara. In quel campus universitario a Tokorozawa, quartier generale del primatista italiano di salto in alto e del suo entourage, a una trentina di km da Tokyo, mister Halfshave ha costruito la strada verso l’oro. Più forte di tutto, anche della pandemia, che gli ha fatto ritardare di un anno l’Olimpiade e correggere la scritta dell’anno sul gesso modificandola in 2021. Una favola e un segno del destino condividere l’oro anche con Barshim. Sono due grandi amici. E ieri è bastato uno sguardo, un abbraccio, una stretta di mano. Entrambi primi, senza andare allo spareggio. Una favola. Perché nel 2016 fu Barshim il primo a soccorrere Tamberi dopo l’infortunio di Montecarlo. E Tamberi era tra gli invitati al matrimonio di Barshim con Alexandra in Svezia. Legati da una grande amicizia, ma anche dallo stesso infortunio. E a proposito di matrimonio. Sarà il prossimo traguardo di Gimbo. La favola non è ancora terminata.