di Paolo Franci Quanto gli deve essere sembrato stretto, claustrofobico, quel sottopassaggio sul quale s’è cosumato i tacchetti per anni. E quanto, quella luce in fondo al tunnel – quella dei riflettori del ’suo’ stadio – deve aver assunto un significato opposto a quello comune, trasformandosi in un cono oscuro alla Stephen King. Sì, lui, il maestro del terrore, che come nessuno sa infilare la paura e l’angoscia nello scorrere delle parole di un romanzo. No, paura non deve averne avuta, Gigio Donnarumma. Quella no. Ma angoscia, diamine sì. Ne aveva alla vigilia quando ha porvato a chiedere...

di Paolo Franci

Quanto gli deve essere sembrato stretto, claustrofobico, quel sottopassaggio sul quale s’è cosumato i tacchetti per anni. E quanto, quella luce in fondo al tunnel – quella dei riflettori del ’suo’ stadio – deve aver assunto un significato opposto a quello comune, trasformandosi in un cono oscuro alla Stephen King. Sì, lui, il maestro del terrore, che come nessuno sa infilare la paura e l’angoscia nello scorrere delle parole di un romanzo. No, paura non deve averne avuta, Gigio Donnarumma. Quella no. Ma angoscia, diamine sì. Ne aveva alla vigilia quando ha porvato a chiedere di cancellare le maglie di club da questa avventura e pensare solo alla Nazionale. Diamine, siamo campioni d’Europa, lo siamo tutti, noi e voi e godiamocela insieme, era il sottotitolo del Gigio-pensiero, trattenuto tra parole caute e di circostanza. Poi lo striscione della Curva Sud affisso davanti all’albergo dell’Italia, che nel rituale tifoso equivale a una sentenza di Cassazione. "Donnarumma uomo di m...".

In quel sottopassaggio, Gigio è il primo della fila azzurra, in attesa di entrare in campo. Ha i guantoni rossi in mano, cammina avanti indietro, l’espressione molto seria e la bocca che pare una fessura. Forse siamo suggestionati noi, forse – anzi quasi sicuramente – è lui ad essere molto emozionato. Come potrebbe non essere il contrario?

D’altra parte già durante il riscaldamento i milanisti l’hanno fischiato, anche se poi è scattato una sorta di derby con gli altri tifosi ad applaudire e coprire i fischi. Succederà anche dopo la metà del primo tempo, per fortuna. Gigio si scioglie in un sorriso che pare liberatorio quando nel tunnel passa il direttore di gara Karasev. Ancora non può sapere, Gigio, che agli arbitri che ci hanno martoriato in Europa – chieda alla sua ex squadra del ’nemico’ delle italiane, il turco Cakir – si aggiunge anche il fischietto russo, con quel secondo giallo a Bonucci che, però, ci stava eccome.

E arriva il momento di entrare in campo. In tribuna c’è il numero uno della Figc Gabriele Gravina che parla con Aleksander Ceferin, presidente Uefa. Gli azzurri entrano in campo nello stadio sold out, 37mila persone, che bello. Fischi all’inno della Spagna. Che brutta cosa. Eppoi l’inno di Mameli cantato da tutto lo stadio. Fantastico.

Inizia la partita e i fischi si fanno pesanti e più sonori dopo 4 minuti, quando Leo la passa indietro al suo portiere. E, ancora, al 10’ quando il retropassaggio è di Chiesa. E al 14’. Sono bordate che fanno male al cuore e alla testa. E infatti arriva il momento della paperissima, con la parata mancata, la palla che sbatte sul palo e Busquets che capisce il momento e lo consola. E lì, deve essergli tornato in mente quell’Europeo Under 21 del 2017, quando gli affissero dietro alla porta quella scritta: "Dollarumma", lanciandogli soldi finti in campo perchè il rinnovo col Milan tardava ad arrivare. Quello fu un gran brutto Europeo per Gigio. Come la notte del Meazza che sperava fosse diversa, sul campo e fuori.