Si può gioire per una sconfitta? Si può abbracciare l’avversario a fine partita con la stessa felicità effervescente che si prova quando si vince un grande trofeo? Si può toccare il cielo con un dito dopo un ko che potrebbe pregiudicare il cammino nell’Europeo? Sì, che si può. Diamine se si può. Perchè in questo mondo messo in contromano da un maledetto virus, se un tuo compagno che sembra salire sull’ultimo gradino verso l’aldilà, ti chiama al telefono, chiede di essere messo in vivavoce e ti dice, a te e i tuoi compagni "Finite la partita, io sto meglio e vorrei che riprendeste a giocare per me, per la maglia, per il nostro Paese" - è la sintesi della breve...

Si può gioire per una sconfitta? Si può abbracciare l’avversario a fine partita con la stessa felicità effervescente che si prova quando si vince un grande trofeo? Si può toccare il cielo con un dito dopo un ko che potrebbe pregiudicare il cammino nell’Europeo? Sì, che si può. Diamine se si può. Perchè in questo mondo messo in contromano da un maledetto virus, se un tuo compagno che sembra salire sull’ultimo gradino verso l’aldilà, ti chiama al telefono, chiede di essere messo in vivavoce e ti dice, a te e i tuoi compagni "Finite la partita, io sto meglio e vorrei che riprendeste a giocare per me, per la maglia, per il nostro Paese" - è la sintesi della breve chiacchierata tra Eriksen - si può eccome. In un’esplosione di felicità per quella squadra che appena un’ora scarsa prima

si era messa le mani nei capelli, inginocchiata a terra piangendo e poi lì, a fare da scudo umano per proteggere Christian sperando di vederlo muoversi.

Ecco, se un tuo compagno che è tornato miracolosamente alla vita ti chiede di giocare, tu lo fai e basta. Anche se i nervi hanno folgorato le energie e i muscoli ma, in fondo, chi se ne frega della partita, che diventa una cosa strana, da giocare per celebrare Eriksen ma senza pensare troppo al risultato.

Come si diceva una volta per i caduti negli anni della lotta politica, Christian è vivo e lotta insieme a noi. Solo questo conta. E immaginare di rivederlo presto e se i finlandesi scappano verso la porta, dopo essere stati dominati prima del dramma che importa? Nella ripresa è la Danimarca che torna a spingere, anche nelle facce dei giocatori non c’è quel tratto agonistico e quella concentrazione che c’erano prima della Grande Paura per Eriksen.

E infatti è la Finlandia a gonfiare la rete: Pohjanpalo la mette dentro di testa su cross di Uronen al 60’ e stavolta, qui, il miracolo è finalmente in senso calcistico, perchè quel gol è il primo, bello e storico, per la Nazionale finlandese, agli Europei. E dunque, il pallone riaffiora pian piano con questa bella pagina di calcio che incornicia la gioia dei tifosi finlandesi. La Danimarca ci proiva, perchè se lo sono detto nello spogliatoio: "Bisogna vincerla per Christian", mentre ognuno dei compagni dell’interista sogna di metterla dentro per lanciarsi verso le telecamere e fare una dedica al loro ’Diez’. Così come farà poco dopo il compagno di Christian nell’Inter, Romelu Lukaku.

E così, quando Arajuuri decide di commettere quel fallo da rigore su Poulsen sembra un segno del destino. Un piccolo, piccolissimo risarcimento per una giornata da ricordare per tutta la vita. Certo non nel senso che si vorrebbe tra gioia e pallone, non co il rumore sordo del massaggi cardiaco , delle grida concitate, del cigolare della barella mentre Christian per fortuna si riprende.

Quel fallo da rigore pare un atto di giustizia verso il popolo danese che colora di rosso lo stadio. Dall’altra parte, invece, sulla sponda finlandese rischia di rovinare la serata e una vittoria storica. Sul dischetto va Hojbjerg, che però è scarico come una bottiglia di Coca Cola senza tappo. Gli si legge in faccia. Come può essere altrimenti? E’ il 74’, il danese calcia mentre pensa a come dedicarlo a Eriksen, ma Hradecky fa il coguaro e para il rigore che, per i danesi, fa rima con sconfitta. Finisce così e ripetiamo: si può essere strafelici per una sconfitta? Sì, si può.

Paolo Franci