Michale Schumacher (Ansa)

Roma, 28 dicembre 2017 - Quattro anni (quasi) senza Schumi. Era la fine del 2013, quando dall’Alta Savoia, in Francia, rimbalzò una notizia prima curiosa, poi bizzarra, infine rovinosamente drammatica: un banalissimo incidente sugli sci era venuto a stravolgere l’esistenza di Michael Schumacher, Campionissimo della F1. Appena poche settimane prima, aveva rifiutato la proposta della Lotus: il team britannico lo rivoleva in pista, al posto del neo ferrarista Kimi Raikkonen…

La vita, lo sanno bene i miei quattro lettori, riserva sorprese impensabili. Io ho avuto l’onore di seguire dal vivo l’intera carriera di Michael Schumacher. Dal primo Gran Premio sulle Ardenne in Belgio, nella tarda estate del 1991. All’ultima corsa, in Brasile nell’autunno del 2012. Ventuno anni (con appena tre stagioni di pausa, tra il 2007 e il 2009) di competizioni, di vittorie (tantissime), di sconfitte (poche). E di rischi estremi. Chi poteva immaginare che un uomo abituato a guardare negli occhi la Signora in Nero si sarebbe ritrovato prigioniero di un limbo, senza coscienza e senza memoria, per aver seguito sulla neve il giovane erede, oggi pilota anche lui, il piccolo Mick? Eppure, così ha preteso il destino.

Come sta. In quattro anni di prolungata agonia, è stato emesso soltanto un bollettino medico. Nella immediatezza dello schianto. Il 31 dicembre 2013, i neuro chirurghi di Grenoble, dopo aver operato l’ex ferrarista, divulgarono poche parole: "lesioni cerebrali sparse".

Era un avvertimento. Un pro memoria. In breve: non ci saranno mai buone notizie. Perché da allora Schumi sopravvive a se stesso. Dall’ospedale è stato trasferito nel castello di famiglia, in Svizzera. Una squadra di medici e di infermieri lo assiste quotidianamente. Di lui non esistono immagini, non ci sono registrazioni, niente di niente. Corinna, la moglie, da subito ha scelto la strada della riservatezza. Ha chiesto al mondo di non tentare di sbirciare dal buco della serratura. Impresa quasi impossibile, nell’era del gossip selvaggio. Qualcuno ha trafugato le cartelle cliniche del Campionissimo. Un povero disgraziato è finito in galera e si è impiccato. La famiglia ha portato in tribunale, vincendo la causa, chi aveva diffuso notizie, purtroppo false, su un miglioramento dello stato di salute di Michael.

Gli amici. La verità, nella sua cruda asprezza, è che Schumi ha sì gli occhi aperti ma non ha coscienza di se stesso. In casa, manifestando uno straordinario coraggio, hanno deciso di non mollare. Corinna, insieme ai figli Mick e Gina Maria, ha promosso la campagna “Keep Fighting”, continua a lottare, a sostegno di chiunque si trovi nella stessa condizione del sette volte iridato. E i due ragazzi sono tornati ad una esistenza normale, compatibilmente con il dramma che li accompagna: il maschio cammina sulle orme di papà, gareggia nelle categorie minori, sembra avere talento (ma il cognome, pesantissimo, è una arma a doppio taglio). La ragazza preferisce l’equitazione.

Nel castello svizzero, le visite sono rarissime. Accedono al capezzale di Michael il vecchio amico Jean Todt, oggi presidente della federazione internazionale dell’automobilismo, il britannico Ross Brawn, che fu direttore tecnico del tedesco sia in Benetton che in Ferrari e ancora in Mercedes, e Luca Badoer, l’italiano che era il collaudatore della Rossa ai tempi dei trionfi. Tutti rispettano scrupolosamente le consegne di Corinna: non una parola su quello che vedono, su quello che provano, su quello che sognano per l’uomo che tanto hanno ammirato.

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A me capita spesso di pensare a questa storia così struggente, malinconicamente indicibile. Immagino, nel delirio del vecchio cronista, che Michael Schumacher stia disputando l’ennesima corsa, la più lunga, la più difficile, lui che era abituato a realizzare persino l’impossibile, a trecento all’ora. Ma stavolta so, purtroppo, che vincere non potrà.