Enzo Ferrari con Mauro Forghieri

Modena, 13 agosto 2018 - Qualcuno disse che era l’ultimo dispetto. Alla carta stampata, con la quale aveva sempre intrattenuto un rapporto, come dire, vivacemente conflittuale. La morte di Enzo Ferrari venne annunciata al mondo, a privatissime esequie già celebrate, il 15 agosto 1988, giorno in cui nei quotidiani non si lavora. Non esisteva ancora Internet. L’italiano più famoso sulla faccia della terra, un Mito del Novecento, il simbolo del rumore abbinato al motore, aveva scelto di andarsene così. In silenzio.
In realtà, mettendo da parte le suggestive leggende metropolitane, al Drake di Maranello i giornali piacevano un sacco. Il Resto del Carlino era la sua prima lettura: «Devo sapere – mi spiegò – cosa entra in casa dei miei dipendenti». E poi da bambino aveva persino sognato una vita da cronista. 
 
Quando Franco Gozzi, il suo fedelissimo ghost writer me lo fece conoscere, nel 1981, io avevo le gambe di marmellata per l’emozione. Lui se ne accorse e allora tirò fuori una fotocopia di una prima pagina della Gazzetta dello Sport. Anno 1919, se non ricordo male. Articolo sulla partita Modena-Inter. Firmato Enzo Ferrari. «Come vede siamo colleghi», mormorò. E mi regalò il pezzo di carta, con dedica autografa con l’inchiostro Viola.
Ah, Ferrari! Di lui è stato detto e scritto tutto e il contrario di tutto. Gli hanno dedicato centinaia di libri, documentari, una fiction tv con Castellitto. A Hollywood da trent’anni parlano di fare un film su di lui, mi mandarono pure la sceneggiatura per un giudizio. Bella, risposi, ma vi siete confusi con Buffalo Bill...
 
L’America, del resto, ha sublimato la figura di Enzo in tempi non sospetti. Furono gli statunitensi, già negli anni Cinquanta del secolo scorso, a determinare il trionfo delle vetture che uscivano da una piccola officina in provincia di Modena. E per loro Ferrari era il pioniere eroico, era il Davide biblico a trecento all’ora, capace di sfidare e battere i colossi dell’industria automobilistica.
In Italia, ci volle un po’ più di tempo. Il giovane Enzo, con la Scuderia, tra le due Guerre era uscito dall’anonimato. Ex pilota, faceva correre le Alfa Romeo con Nuvolari al volante e il Cavallino Rampante, regalo della madre dell’eroe dei cieli Francesco Baracca, sul cofano. Ma fu solo nel 1947, in una Italia uscita distrutta dal conflitto, fu solo nel 1947, dicevo, che Ferrari creò «la» Ferrari. Ci mise tutti i soldi che aveva, nella fabbrica. Lo presero per matto. In fondo, un po’ lo era.
 
Io credo che Ferrari sia stato l’inconsapevole antenato di Steve Jobs. Come il papà della Apple intuì che noi ancora non sapevamo di volere lo smartphone, così Enzo intuì che l’automobile poteva essere «anche» opera d’arte, oggetto di lusso, status symbol. La faccio breve. L’uomo era un Genio, con la maiuscola. Anticipava il futuro, pur tenendo per certe cose i piedi piantati nel passato. Mai preso un aereo. Mai entrato in un ascensore, non si fidava. Quando nel 1969 andò a Torino per firmare l’accordo con la Fiat, gli dissero che l’Avvocato lo aspettava al ventesimo piano. Non fece una piega: ditegli pure di scendere con calma, rispose, lo aspetterò io qui al pianterreno...
 
Ruvido. Talvolta cinico. Spregiudicato. Ma lo videro piangere come un bambino nel 1982, quando un incidente spezzò la vita di Gilles Villeneuve, la sua ultima scommessa. Per vincere le corse era disposto a tutto, ma ne ha perse tante con enorme dignità. Non ha mai gettato la spugna nei momenti cupi e così la Rossa in pista è diventata un mito.
In politica, gli ex fascisti lo adoravano perché aveva conosciuto il Duce e ancora oggi i nostalgici del Ventennio non hanno dubbi, era uno di loro. Peccato che gli ex comunisti lo rivendichino alla causa del proletariato, negli anni Cinquanta fu l’unico imprenditore ad accogliere in fabbrica Palmiro Togliatti, il capo del Pci stalinista, nonostante il veto di Confindustria. Ora, io so di dare un dispiacere a tanti, ma lo scrivo lo stesso. Ferrari in politica era un ferrarista, cioè tutelava gli interessi suoi e dei suoi dipendenti. In tempi di democrazia votava spesso per il Pli di Malagodi. Di sicuro non era di sinistra ma gli diedero una medaglia per avere aiutato la Resistenza e lui la teneva in un cassetto. Per capirci: non mi sorprende fosse amico di Giovannino Guareschi, il papà di Don Camillo, fu uno dei pochi ad andare al funerale dello scrittore, giusto cinquanta anni fa.
 
Enzo Ferrari è stato un grande italiano perché ragionava con la sua testa. Era uno spirito libero, vagamente anarchico. Ebbe due figli, Dino e Piero, da due donne diverse. Era uno sciupafemmine con l’ossessione della privacy. Era un ateo dichiarato che cercava Dio e infatti tra i suoi pochi amici c’era un monaco, Padre Clerici, che dopo la strage della Mille Miglia del 1957 gli diede la forza di continuare con le auto e con le corse. Il Vaticano gli mosse accuse pesantissime per le morti negli autodromi, però alla fine, nel giugno del 1988, Giovanni Paolo II visitò Fiorano e rifiutò la Papamobile. Per il giro di pista con benedizione ai fedeli volle una Rossa. I due si parlarono al telefono, Enzo era già molto malato e si commosse, del resto nel 1981, quando Agca sparò al Pontefice in piazza San Pietro, ecco, lui, l’ateo, ricominciò a pregare.
Sono passati trent’anni. Trent’anni senza Enzo Ferrari. Temo che uno così, in questa Italia in cui ci è dato vivere, non nascerà mai più.