Roma, 30 dicembre 2013 - UNA VOLTA, quando già aveva vinto il settimo titolo mondiale, gli chiesi perché non si godesse la vita, la famiglia, i soldi. Mi rispose quasi offeso: "Ma io non riesco a concepire i miei giorni senza il piacere della competizione, della sfida". Michael Schumacher è sempre stato così. Vorrei aggiungere che è "nato" così, il 3 gennaio 1969: sin da bambino, sui kart, manifestava un’assoluta frenesia per la vittoria. In palio, all’epoca dell’infanzia, non c’era nulla, se non la gioia: pur di conquistarla, il figlio di Rolf e di Elizabeth era disposto a tutto.

LE ORIGINI. La Germania, terra di marchi prestigiosi, prima di lui non aveva mai avuto, incredibilmente, un pilota campione del mondo di Formula Uno. Sembrava uno scherzo del destino. E contro il destino si agitarono le intuizioni della Daimler Benz, alias Mercedes: nella seconda metà degli anni ’80 il colosso industriale di Stoccarda finanziò un progetto destinato a favorire le carriere dei ragazzi di talento al volante. La leggenda di Schumi cominciò così. Con i prototipi. Sempre stato sveglio e scaltro, il nostro: nel team Mercedes aveva come partner un certo Heinz Harald Frentzen. Michael non si limitò a essere più veloce in pista: gli soffiò pure la donna, Corinna.

IL LAMPO. A fine estate 1991 un belga pilota di Formula Uno, il signor Gachot, picchiò un poliziotto a Londra. Finì in galera. Il suo team, la Jordan, doveva sostituirlo d’urgenza. Fu la Mercedes a proporre alla scuderia irlandese il ventiduenne Michael Schumacher, per la gara di Spa, sulle Ardenne. Fu un lampo. In qualifica, lo sconosciuto tedesco diede spettacolo. In corsa ruppe la frizione al via, ma Spa è la Scala dei drivers. Flavio Briatore, allora manager della Benetton, fiutò l’affare. Meno di due settimane dopo, Schumi era l’alfiere della famiglia trevigiana nei Gp.

ANTI SENNA. Spregiudicato. Coraggioso. Ma soprattutto bravissimo. Il giovane Michelone era il classico talento naturale. Non aveva paura di niente. Si confrontava con mostri sacri come Senna, Mansell, Prost, e li faceva pure imbestialire, perché non ne rispettava i diritti acquisiti. Prima vittoria in un Gp proprio a Spa, il circuito che ha amato di più, nel 1992. Poi una crescita costante e irresistibile. Fino a Imola, 1° maggio 1994: la tragedia di Senna gli spalancò le porte della gloria.

UNICO. Due i titoli vinti con la Benetton, nel 1994 e nel 1995. In mezzo il matrimonio con Corinna e polemiche tremende: Schumi era animato da una tensione assoluta verso la vittoria e usava qualunque mezzo. Anche i meno eleganti. Niente di strano: i fuoriclasse della F1 sono fatti così. A fine 1995, Montezemolo bussò alle porte di casa Schumacher, in Svizzera. Disse: sono il presidente della Ferrari, in F1 non tocchiamo palla da una vita, tu sei l’uomo giusto per cambiare la storia e qua ci sono cento milioni di dollari, l’anno, per pagare il tuo sacrificio.Gianni Agnelli, sapido, commentò: "Schumi è una carissima persona, nel senso che costa caro, anzi di più". Ma fu, quello, un investimento fantastico.

I RECORD. Il resto è leggenda. Ci volle pazienza, ci volle tenacia, ma infine nel 2000 la Ferrari spezzò un digiuno lungo 21 anni. Ovviamente, con Michelone al volante. Di titoli, a Maranello, ne ha firmati cinque. Sempre concentrato, sempre sul pezzo, mai una pausa. Un mostro di dedizione. Uno che dormiva in pista a Fiorano, rinunciando all’albergo, per non perdere tempo per i test. Uno che viveva di corse e di rischio: free climbing, paracadutismo, le moto superbike. Zero divagazioni, una moglie e sempre quella, Corinna, i figli, i soldi investiti in un castello in Svizzera e in un ranch in Texas e poi chissà dove.

LA NOIA. Ma proprio quando il mito si consegnava alla storia, ecco emergere il lato oscuro della Forza. Senza Gp (si era ritirato a fine 2006), Schumi non poteva stare. Tornò nel 2010 con la Mercedes e fece male, perché non vinse mai. Ma chi lo aveva conosciuto lo capiva, era sempre lui, il tipo che non tollerava una vita senza competizione, senza sfide, senza brividi. A volte ho sciato con lui, a Madonna di Campiglio. Mi piacerebbe tornare a farlo, tra una decina d’anni.

Leo Turrini