di Leo Turrini

Accendete il vostro motore per Fausto Gresini. Merita di essere ricordato nel segno di quella passione che lo ha accompagnato per tutta la vita. Prima pilota, così bravo da diventare campione del mondo. Poi manager innamorato del talento: tra i tanti, fu vicino anche al Sic, all’indimenticato Marco Simoncelli.

Ora che il buco nero del Covid ha inghiottito pure lui, la memoria mi restituisce un tenero frammento della sua storia.

Era, se non ricordo male, il 1985. Giovanissimo cronista, mi trovai a raccontare di quel figlio ennesimo di una terra che dai motori è sempre stata irresistibilmente attratta. Iridato nella classe 125. Lui, erede del coraggio di Pasolini, fratello di Capirossi e Cadalora, predecessore di Valentino.

Non la butterò sul patetico e nemmeno pretendo di essere compreso. Ma c’è un pezzo d’Italia, dalla Via Emilia giù giù fino al mare, che si riconosce nelle storie alla Gresini.

Ecco, Fausto ha sempre avuto la consapevolezza di appartenere ad una comunità, nel senso nobile del termine. A una tribù. E il motociclismo, inteso come specchio della vita, gli deve tanto.