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12 apr 2022

"Emozioni forti a Imola, tappa straordinaria"

Mauro Forghieri: "Sarà decisivo saperle governare. Il rimpianto? Non essere stato al muretto 40 anni fa con la lite Pironi-Villeneuve"

12 apr 2022
leo turrini
Sport

di Leo Turrini

"Nemmeno io mi aspettavo una Ferrari così forte. Ci speravo ma non ci credevo. Quindi tanti tanti complimenti a Mattia Binotto e al suo staff".

Mauro Forghieri è un pezzo di storia. Portano la sua firma le stupende Rosse di Lauda e Regazzoni, di Scheckter e Villeneuve. Per tacere delle super car che trionfavano a Le Mans e a Daytona.

"Nella mia vita ho fatto anche altre cose molto belle – sospira l’87enne ingegnere modenese –. Ma ovviamente il lungo periodo trascorso a fianco del Drake, dall’alba degli anni Sessanta a metà anni Ottanta, ha lasciato una traccia indelebile".

Al cuor non si comanda.

"Insomma, conosco le atmosfere di Maranello, le pressioni, le tensioni. Mi faccia anzi aggiungere una cosa".

Prego.

"Lavorare per la Ferrari ti rende orgoglioso, a patto di saper accettare lo stress del ruolo. Se ti occupi di Formula Uno in un altro team, all’estero, beh, mica la sconfitta diventa un caso nazionale. In Italia invece è così e da sempre. Direi che è la tremenda bellezza dell’essere ferraristi".

Mattia Binotto ne sa qualcosa: lo abbiamo massacrato per anni, sui giornali e in tv, alla radio e sul web…

"È il discorso di prima. Tenga anche presente che il maschio italiano è convinto di intendersi di tre cose: donne, pallone e automobili. Una volta si diceva: la Loren, Gianni Rivera e la Ferrari…".

La realtà è un po’ diversa.

"Appunto. Le Rosse hanno vissuto stagioni difficili, ci sono state tante complicazioni e quando perdi il filo dello sviluppo tecnico risalire la corrente è durissima".

Poi è arrivata la F1-75 di Leclerc.

"È cambiato il regolamento tecnico e la squadra di Binotto fin qui ha saputo interpretare le nuove norme meglio di tutti. Non era scontato".

C’è un segreto?

"Il lavoro, la passione, la voglia di riscatto. In Italia ci sono tanti giovani ingegneri di valore. Idealmente sono i miei nipoti. Sono contento per loro".

Il sogno durerà?

"Non bisogna dimenticare una cosa.Ai miei tempi un mondiale di F1 comprendeva sì e no una quindicina di Gran Premi. Se partivi forte ipotecavi il titolo. Ora di corse ne disputano ventitré e ciò significa che la Red Bull e la Mercedes hanno spazio per recuperare".

Di sicuro la Ferrari è favorita.

"È in vantaggio. Deve saper gestirlo".

Leclerc è più forte di Verstappen?

"Leclerc è straordinario, non è inferiore a nessuno e ha una enorme fame di vittoria".

In Australia Sainz è andato male.

"A me lo spagnolo piace. Aiutare lui a fare risultato significa anche aiutare Leclerc".

Prossima tappa Imola.

"Dove sarà fondamentale governare le emozioni, come ho spiegato all’inizio".

Imola significa anche il 1982, la gara che rese nemici Gilles Villeneuve e Didier Pironi, i piloti della Ferrari.

"Sono passati quarant’anni e io ho ancora non dico un rimorso ma un rimpianto".

Tradotto?

"Vede, io non saltavo mai una gara, ero il direttore tecnico della Scuderia. Ma quella domenica di quarant’anni fa non c’ero ai box, avevo un inderogabile impegno di famiglia. E sa cosa mi porto dentro da allora?".

Me lo dica.

"Fra Villeneuve e Pironi finì l’amicizia, che era autentica e profonda, perché dal muretto mancò la capacità di dare le giuste direttive. Fossi stato lì, avrei impartito direttive precise. E non sarebbe successo niente".

Quel Gran Premio lo vinse Pironi e Gilles, secondo, si infuriò.

"Villeneuve riteneva di avere dei crediti nei confronti della squadra, per il comportamento impeccabile che aveva tenuto per anni. Aveva ragione. Andava capita anche la voglia di Pironi. Ma non bisognava arrivare a tanto, a Imola, a casa nostra".

Qualcuno pensa che Gilles iniziò a morire quel giorno.

"C’ero due settimane dopo a Zolder, dove avvenne la tragedia. Lui non era tranquillo, ma sulla dinamica dell’incidente letale incise anche la fatalità".

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