Paolo Franci

I shot the Sheriff. Chissà, i suoi compagni gliel’avranno già cantata negli spogliatoio quella ’traccia’ (come si dice oggi) della divinità del reggae Bob Marley. Sì, ho sparato allo Sceriffo in porta e con l’assist per Vidal, segnando il settimo gol stagionale e il primo in Champions, racconterebbe Edin Dzeko con quel tocco di timidezza che mai l’abbandona se non sotto porta. Sì lui, ’the Quiet Man’ - come lo chiamavano i giornalisti inglesi ai tempi del City non senza un filo di sarcasmo sulle (presunte) carenze caratteriali - è uno che la voce grossa la fa senza alzare mai la voce. E perdonate il paradosso ma così è. Chiedere a Paulo Fonseca per esempio. Oppure a Leo Messi. Eh sì perchè quando Dzeko fa gol in Champions, anche quelli che sembrano inutili finiscono poi per pesare come una montagna. Firmò l’1-4 con la Roma (che tre mesi prima l’aveva ceduto al Chelsea; si oppose la signora Dzeko) al Camp Nou. Sembrava il gol più inutile della carriera, si rivelò il più pesante in Champions, perchè poi, ancora con Edin in gol, la Roma eliminò il Barcellona con quello storico 3-0. Questo per dire che quando Edin segna nell’attico del pallone europeo non succedono mai cose banali. E contro lo Sheriff - che ci racconta come si stiano modificando le gerarchie continentali - Dzeko ha fatto gol e innescato il raddoppio di Vidal rianimando la Champions interista e riaprendo orizzonti di solidissima speranza. E non mi pare poco.