Caleb Ewan, australiano di 26 anni, ha vinto a Cattolica la sua quarta tappa in carriera al Giro precedendo Nizzolo e Viviani. A destra, Joe Dombrowski, vincitore della tappa di martedì a Sestola, soccorso dopo la caduta a 4 chilometri dall’arrivo che ha coinvolto anche Mikel Landa, atleta che puntava alle prime posizioni e che è stato costretto al ritiro
Caleb Ewan, australiano di 26 anni, ha vinto a Cattolica la sua quarta tappa in carriera al Giro precedendo Nizzolo e Viviani. A destra, Joe Dombrowski, vincitore della tappa di martedì a Sestola, soccorso dopo la caduta a 4 chilometri dall’arrivo che ha coinvolto anche Mikel Landa, atleta che puntava alle prime posizioni e che è stato costretto al ritiro
di Angelo Costa CATTOLICA (Rimini) Non esiste tappa tranquilla al Giro: vecchio adagio, purtroppo confermato anche a Cattolica. Mentre Caleb Ewan va a vincere la sua quarta tappa sulle strade rosa, castigando le frecce tricolori Nizzolo e Viviani con 150 metri di pura esplosività, dietro si fa il conto dei caduti: quello conciato peggio è Mikel Landa, che chiude in ambulanza con clavicola sinistra e varie costole fratturate quella che sembrava essere la più brillante delle sue partecipazioni da molti anni in qua. Se è destino che un Giro cominci presto a perdere i pezzi, il...

di Angelo Costa

CATTOLICA (Rimini)

Non esiste tappa tranquilla al Giro: vecchio adagio, purtroppo confermato anche a Cattolica. Mentre Caleb Ewan va a vincere la sua quarta tappa sulle strade rosa, castigando le frecce tricolori Nizzolo e Viviani con 150 metri di pura esplosività, dietro si fa il conto dei caduti: quello conciato peggio è Mikel Landa, che chiude in ambulanza con clavicola sinistra e varie costole fratturate quella che sembrava essere la più brillante delle sue partecipazioni da molti anni in qua. Se è destino che un Giro cominci presto a perdere i pezzi, il basco non è certo dei più piccoli.

A rovinare quella che avrebbe dovuto essere una tranquilla gita al mare fra due tappe toste è un percorso che cambia improvvisamente volto: dopo il viaggio lungo una via Emilia comoda come un divano, gli ultimi venti chilometri diventano una trappola, proponendo strade strette, curve a gomito, rotonde e spartitraffico a go-go, salsedine e sabbia che arrivano dalla vicina spiaggia, oltre a qualche goccia di pioggia. Gli ingredienti giusti da aggiungere al nervosismo che si respira prima di uno sprint: per cucinare il patatrac. Apre il tema Sivakov, volando sul marciapiede dopo essersi arrotato con il compagno Narvaez: picchia schiena e braccio, si trascina lentamente al traguardo, poi va al pronto soccorso per capire se è in grado o meno di ripartire. A nove dall’arrivo, un rallentamento in curva lascia in terra Fiorelli e Kluge: niente di grave, ma addio volata. Il peggio a quattro chilometri e mezzo dal traguardo: davanti a uno spartitraffico, il gruppo si spacca in due, non abbastanza per consentire al vincitore di Sestola, Dombrowski, di evitare il coraggioso addetto che con la bandierina segnala il pericolo a un branco che arriva a settanta orari. E’ uno schianto con più conseguenze, perché l’americano rimbalza addosso a Landa e Bidard: il basco non si rialza, il francese conclude la tappa poi si arrende a una clavicola rotta. Anche Dombrowski riparte e arriva al traguardo.

Fine della corsa e inizio delle inevitabili polemiche. Dice De Marchi, signore in rosa: "Finale stressante e anche pericoloso: se vogliamo percorrere queste strade, bisogna aumentare le protezioni".

Aggiunge Bettiol: "Bello il ritorno del pubblico sulle strade, ma aggiungiamo sicurezza. Qui la gente guarda il cellulare e non guarda noi che arriviamo a forte velocità". Giusto e già sentito. A tutti è bene ricordare gli indirizzi a cui rivolgersi: la commissione tecnica che valuta e approva i percorsi e chi dovrebbe dargli un occhio per conto dei corridori. Se va bene a loro, inutile lamentarsi dopo. Ma resta evidente anche il paradosso: il ciclismo che mette alla gogna chi allunga una borraccia al pubblico o si mette a uovo sulla bici, accetta di portare le corse anche dove non dovrebbero arrivare, convinto che nel nome dello spettacolo si possa fare tutto. Persino andare oltre il limite del rischio.