di Paolo Franci Dalla straripante potenza della squadra che ha dominato per tre anni fino all’apoteosi di Wembley, all’impotenza del Windsor Park che ci sbatte nello scantinato più buio del Mondiale. Quello pieno di incubi e avversari pericolosissimi come Ibra o CR7 che prenderà vita a marzo con le sfide ’dead or alive’ degli spareggi, ultima strettoia per arrivare in Qatar. Incredibile. Incredibile davvero che questa squadra che pareva costruita per crescere ancora e forse impennarsi fino in cima al mondo, si sia accartocciata su se stessa di fronte ad avversari che definire abbordabili è poco. Il maledetto pari con la...

di Paolo Franci

Dalla straripante potenza della squadra che ha dominato per tre anni fino all’apoteosi di Wembley, all’impotenza del Windsor Park che ci sbatte nello scantinato più buio del Mondiale. Quello pieno di incubi e avversari pericolosissimi come Ibra o CR7 che prenderà vita a marzo con le sfide ’dead or alive’ degli spareggi, ultima strettoia per arrivare in Qatar. Incredibile. Incredibile davvero che questa squadra che pareva costruita per crescere ancora e forse impennarsi fino in cima al mondo, si sia accartocciata su se stessa di fronte ad avversari che definire abbordabili è poco. Il maledetto pari con la Bulgaria, i maledetti rigori sbagliati. Le recriminazioni sono tante quanto lo è la paura di ripetere il disastro del 2017. Speriamo bene.

Abituati a dominare la scena negli ultimi tre anni e passa, gli azzurri scendono in campo a Belfast con la peggior compagna possibile: l’ansia di ritrovarsi, nel giro di quattro mesi, nello scantinato del pallone mondiale dopo aver conquistato l’Europa. Mancini sceglie la squadra più logica, quella col ’tridentino’ costruito sull’estro dell’uomo più in palla, Mimmo Berardi, del diversamente centravanti Lorenzo Insigne e di quel Fede Chiesa dirottato sulla sinistra nella speranza che ritrovi le indispensabili bollicine nell’uno contro uno. Eppoi Tonali, fresco e capace di strappi negli inserimenti che possono far male. L’intenzione del Mancio è dichiarata alla vigilia e cioè passare tra le gambe dei giganti in verde usando tecnica e velocità dei piccoletti.

Aldilà delle spacconate di Baraclough, ct irlandese che aveva promesso l’assalto dei suoi, era chiaro anche alle bandierine del Windsor Park che se la sarebbe giocata con la doppia muraglia a difendere Peacock-Farrell. E infatti il ct irlandese se la gioca con cinque dietro, centrocampo di castità e punte a fare i primi difensori. D’altra parte è così che funziona se scendi in campo da campione d’Europa: tutti vorrebbero scambiarsi la maglia alla fine alla luce di una impresa da raccontare ai nipoti.

Dunque, se l’ansia è lì a mordere l’Italia dimostra di sapersela giocare con criterio, armandosi di quella pazienza e di quella logica tattica che erano clamorosamente mancate contro la Svizzera. La partita però è come una vita spanata che gira, gira e arriva raramente, da vivere sull’orlo di una crisi di nervi, guardando lo smartphone fisso sul ’live’ di Svizzera-Bulgaria, il cronometro della partita di Belfast e l’azione dei nostri. Dal giro della vite azzurro arriva l’occasione di Di Lorenzo, di gran lunga il migliore e Insigne che spreca una palla rubata di Berardi. L’impressione è che l’Italia stia pagando carissima l’assenza di Verratti, l’alter ego in regia di Jorginho e bravissimo nel creare superiorità. Nella ripresa Gigio salva alla grande su Seville e poco dopo la Svizzera va in gol. Ora non c’è altra via che la vittoria, mentre la squadra di Yakin raddoppia. Il Mancio mette il Gallo, Locatelli, Berna e attacchiamo a testa bassa, mentrela Svizzera fa tris e poi poker e per la differenza reti non basta più neanche l’uno a zero. Al Mondiale ci vanno loro, gli svizzeri e a noi tocca l’incubo degli spareggi a marzo.